Se potessi essere il personaggio di un libro o di un film, chi saresti? Perché?
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Anemos: la storia di uno spirito ribelle
Nel regno delle anime viveva, un tempo, uno spirito indomito, ribelle, pieno di talento; era uno degli spiriti più giovani del pianeta, inquieto, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che lo stimolasse, che desse alle sue giornate un colore sempre nuovo. Già, perché in quel regno, si deve sapere, tutto era bianco. Il cielo era bianco, la terra era bianca, l’acqua, il sole, la luna, gli alberi, gli animali…tutto bianco. E come si faceva a distinguere le cose quindi? direte voi… la domanda è legittima, ma nel regno degli spiriti le cose non c’era bisogno di vederle per distinguerle: essi, infatti, erano dotati di un potere superiore: non avevano bisogno di vedere e cose intorno a loro per riconoscerle perché le avvertivano in modo diretto, immediato, come una vibrazione nell’anima, e sapevano sempre se davanti a loro c’era un albero o un fiume, e non sbagliavano mai, credetemi. Mai. Non capitava mai che pestassero il naso contro un albero o si bagnassero i piedi in una pozzanghera, perché loro si accorgevano di tutto. Anche delle cose più piccole e impercettibili. Mica erano spiriti per niente, no?
Comunque, il nostro giovane era diverso da tutti gli altri, non era quieto e tranquillo come i suoi compagni, non era compassato e non voleva passare tutte le sue giornate in contemplazione o ad ascoltare la musica delle stelle come facevano gli altri. Era sempre in ansia: voleva scoprire cose nuove, sapere tutto di tutti, ficcava il naso negli affari degli altri…insomma, per il pianeta degli spiriti era una vera disperazione. Sua mamma diceva che era nato per turbare la quiete e scuoteva il capo sconsolata davanti ad ogni sua impresa, per così dire, perché poi, in verità, spesso erano pasticci.
Gli altri spiriti giovani a scuola erano affascinati da lui, gli stavano sempre intorno perché era sempre pronto a raccontare qualcuna delle sue avventure, vere o immaginarie che fossero, e sapeva farlo in un modo che pareva d’esserci stati, d’aver partecipato alle sue folli corse lungo gli arcobaleni (bianchi), alle discese a volo radente (che poi, a volo? Si chiedevano tutti…) lungo le pendici del monte più alto del pianeta o di aver corso lungo le bianche praterie con il branco di cavalli alati che, perdipiù, aveva visto solo lui.
Lui, però, qualche volta si stancava di loro e forse anche un po’ di se stesso e voleva star solo.
Così, si ritirava nel suo posto segreto, un piccolo rifugio nascosto poco fuori dal villaggio. Era vicino ma nessuno lo conosceva e, quando voleva scomparire per un po’ per non essere disturbato, non serviva che andasse tanto lontano, era lì, vicino agli altri, ma poteva far in modo di non essere visto. Sì, perché quel suo rifugio aveva una speciale caratteristica: lì le vibrazioni rimanevano nascoste e anche se qualcuno passava di là, non poteva vederlo o accorgersi della sua presenza in alcun modo.
Era il posto ideale per lui, perché ogni tanto aveva bisogno di quiete, quella quiete che non derivava dal mettersi nel suo letto caldo o nell’ascoltare musica celeste o bere dell’acqua fresca dalla fonte divina che stava in centro al villaggio, ma che trovava solo dentro di sé.
Lì, egli poteva dar sfogo a tutte le sue emozioni senza che nessuno lo giudicasse, dalla pazza allegria alla tristezza più profonda, dalla noia alla rabbia, lì tutto era lecito e nessuno poteva dirgli “Ma così non si fa” “Non sta bene”
Già, perché lui, così diverso dai suoi compagni, finiva spesso per sentirsi giudicato e ciò lo faceva tanto soffrire, anche se loro non se ne accorgevano, perché a lui non piaceva essere visto quando stava così, e fuggiva.
Anche i suoi genitori faticavano a comprenderlo, perché in quel regno sino ad allora non si era mai visto uno spirito come lui, così cercavano di consultarsi con gli anziani del villaggio, con i saggi, che nella loro eternità ne avevano visti tanti di giovani spiriti ma tutti scuotevano la testa, senza trovare risposte.
“E’ strano…forse viene da un altro regno…dovreste essere più severi con lui…chissà cosa mai starà combinando ora…” queste erano le frasi che circolavano sul suo conto fra gli spiriti più anziani del villaggio e nessuno aveva risposte per lui.
Un giorno, il nostro giovane, parlando con i suoi compagni, se ne uscì con un’osservazione talmente strana che lasciò tutti a bocca aperta: ”ma non vi stancate mai di tutto questo bianco?”
Un cupo silenzio seguì le sue parole, talmente assordante e profondo che sembrava aver creato un buco nello spazio e nel tempo.
Dopo qualche minuto, uno dei suoi compagni chiese “Ma cosa intendi con tutto questo bianco? A cosa ti riferisci?”
Nessuno aveva compreso le sue parole.
Nessuno si accorgeva del bianco che li circondava.
Nessuno era consapevole della realtà in cui viveva, così come lo era lui.
D’un tratto il nostro giovane spirito comprese di non avere la stessa visione del mondo che avevano gli altri o, meglio, che gli altri non vedevano il mondo come lo vedeva lui.
Ciò che per lui era ovvio ed evidente per gli altri neppure esisteva
Ora capiva il perché del suo essere diverso.
Così, sconcertato e sconvolto, corse via nel suo rifugio, lasciando gli altri dietro di sé a bocca aperta e braccia spalancata come dire: ”Chi ci capisce qualcosa è bravo…”
Giunto nel suo rifugio, il giovane spirito passò i primi momenti a distruggere tutto. Avvertiva dentro di sé una rabbia e una frustrazione fortissime che non sapeva controllare, poi, cadde seduto in un angolo e pianse, per ore.
Infine si addormentò, di un sonno profondo e senza sogni.
Passarono le ore e nel villaggio cominciò a spargersi la voce che il giovane spirito era scomparso. Dapprima, tutti pensavano ad una delle sue solite bizzarrie, ma, man mano che trascorreva il tempo, i suoi genitori, i suoi amici e via via tutti nel villaggio cominciarono a farsi sempre più preoccupati, non vedendolo tornare a casa.
Così, il papà, la mamma e i suoi fratelli iniziarono a cercarlo per tutte le vie del villaggio, per i vicoli, chiamandolo a gran voce, ma niente. Non c’era traccia di lui.
Al gruppo della sua famiglia ben presto si unirono i compagni e i maestri di scuola, il preside e tutti gli altri genitori, infine anche gli anziani del villaggio: tutti erano in cerca del giovane spirito ribelle, la cui presenza turbava costantemente la quiete di tutti ma la cui assenza, avevano ben capito, risultava per tutti insopportabile,
Il tempo passava e del giovane non si trovava traccia, eh già, perché lui, ben nascosto nel suo rifugio protetto, vedeva tutto e osservava, silenzioso.
Si era svegliato nel sentire le voci che si avvicinavano e, guardingo, si teneva in disparte: gli faceva un po’ specie tutto quel movimento per cercarlo, in fondo lui aveva sempre disturbato un po’ tutti no? Perché mai ora non si godevano un po’ di pace e non lo lasciavano perdere?
Dal canto suo, non ci pensava proprio a farsi trovare.
“Io non sono come loro, non mi capiranno mai, non mi accetteranno mai, non posso tornare, meglio che me ne stia qui da solo, prima o poi si rassegneranno a stare senza di me e se ne torneranno a casa” pensava fra sé, d’umore ancora incupito, ma, in fondo in fondo, un po’ sollevato dal fatto che tutto il villaggio si fosse mobilitato alla sua ricerca e un po’, ma proprio un pochino, anche un po’ soddisfatto e divertito dal risultato che aveva ottenuto con la sua fuga.
“Almeno oggi fanno una passeggiata, qualcosa di un po’ diverso dal solito contemplare e cantare, cantare e contemplare….sai che noia!”
E ridacchiò, divertito.
Dopo la rabbia, la tristezza, la frustrazione, ora subentrava il divertimento, un po’ perfido sì, ma divertimento.
Ad un tratto, successe qualcosa di assolutamente inaspettato: il suo fratellino più piccolo, che era in mezzo al gruppo degli altri spiriti, rimase indietro; nessuno se ne accorse, intenti com’erano a cercare lui, ed egli cadde a terra, non riuscendo più a rialzarsi perché il suo piccolo piede era rimasto incastrato in una radice.
Dal suo rifugio il giovane spirito ribelle sentì in lontananza un rumore: dapprima non riusciva a capire bene cosa fosse poi con terrore si rese conto che si trattava del branco di cavalli alati in movimento che dalla boscaglia si dirigeva proprio verso il luogo in cui il suo fratellino era caduto ed era solo in mezzo al bianco, senza sapere che fare, piangendo.
Terrorizzato, il giovane spirito scattò fuori dal suo rifugio e corse talmente veloce, ma talmente veloce per salvare il suo piccolo fratello che d’un tratto gli pareva di volare; lo raggiunse e quando fu accanto a lui lo prese in braccio e lo strinse fortissimo, comprendendo quanto bene gli volesse e quanta paura avesse provato per lui.
Qualche minuto dopo tirando su col naso il piccolo gli disse:” Possiamo scendere ora?”
“Scendere? Ma cosa stai dicendo?” rispose lo spirito ribelle
“Scendere, sì, a terra” ribadì il piccolo. Così il nostro giovane monello si guardò intorno e scopri che davvero stavano sospesi a mezz’aria!
“Ma che è successo?” si chiese ad alta voce il giovane spirito “Come ci siamo finiti qui?”
“Sei tu che sei arrivato volando, non vedi? Hai le ali!”
Sorpreso, egli non seppe controllare lo stupore ed entrambi finirono a terra ruzzolando, e scoppiarono in una sonora risata liberatoria.
Il fragore delle risa attirò il gruppo degli spiriti in cerca e ben presto tutti furono intorno a loro, sollevati dall’averli ritrovati entrambi sani e salvi.
Il sollievo lasciò tuttavia ben presto il posto allo stupore quando fu chiaro a tutti che il giovane aveva due belle ali, naturalmente bianche, che gli spuntavano dalle spalle.
Tutti erano ammutoliti e compresero d’un tratto perché lui fosse sempre sembrato così diverso da tutti gli altri.
A parlare, però, fu il capo de villaggio che gli si avvicinò e si sedette accanto a lui.
“Figliolo” gli disse” nessuno di noi aveva capito chi eri prima di oggi, ma di te parlano antiche leggende, sei un essere molto importante e il nostro popolo aspettava da migliaia di anni il tuo arrivo”
Tutti si inchinarono.
“tu hai trovato il rifugio non è vero?” Gli chiese il vecchio con voce un po’ roca
“Io ho il mio rifugio sì, ma questo cosa c’entra?”
“Quello non è un semplice angolino nascosto, mio caro, hai trovato la grotta magica, che solo tu potevi aprire”
“Grotta magica? Ma che dici, vecchio? Io…io non ho aperto niente, stava già lì quado l’ho trovata e poi, non è niente di speciale, solo un angolo nel bosco…”
“Già…un angolo nel bosco, a metà…”
“…Fra la Cascata del nord e la Foresta dell’est, là dove il Sole sorge al mattino”
Tutto il popolo del villaggio recitò all’unisono il verso di un’antica preghiera.
“Là sta la grotta magica, solo l’angelo più potente potrà trovarla ed aprirla e quando questo avverrà la magia tornerà sul pianeta: tu sei quell’angelo”
Concluse il capo del villaggio
“Ragazzo, aiutami ad alzarmi e conducici al tuo rifugio”
Tutti si alzarono e, silenziosi, seguirono il giovane spirito alato lungo il sentiero che solo lui poteva vedere, addentrandosi nella foresta.
Quando arrivarono nei pressi della grotta, furono stupiti dal vedere una strana luce pervadere il bosco. Era qualcosa di mai visto, inaspettato, che non sapevano come definire, non conoscevano parole per descriverlo. Il bianco era diverso, come…piu’ caldo, non più uniforme, e man mano che proseguivano il loro cammino quella diversità si accentuava sempre più.
“Ma di cosa si tratta?” “Che diavoleria è mai questa?” “E’ la fine del mondo?” le voci del popolo si sovrastavano, chi era curioso, chi terrorizzato, chi arrabbiato contro il giovane spirito: “Che mai hai combinato questa volta! Razza di incosciente…”
“Fermatevi tutti ora” ordinò l’anziano capo del villaggio: ”da qui proseguiremo solo io e il ragazzo”. Tutti tacquero e si fermarono, il piccolo tornò dalla madre.
Il vecchio e il giovane si guardarono ed entrarono nella grotta.
Un fascio di luce abbagliante li colpì quasi accecandoli e facendoli cadere a terra, a poco a poco, però, si abituarono e carponi avanzarono verso il fondo della grotta. La luce era fortissima ma diversa da qualunque altra avessero mai visto: da un lato pareva fuoco, dall’altro pareva acqua, da un lato pareva notte, dall’altro pareva giorno.
“Vecchio! cos’ho fatto!” gridò il giovane spirito piangendo disperato, con la mia follia ho combinato un disastro, questo distruggerà il nostro mondo? E’ solo colpa mia! Non so far altro che danni!” e singhiozzava disperatamente.
Il vecchio gli pose un braccio sulle spalle e con l’altra mano gli sollevò il mento.
“Ragazzo, guardami, tu hai compiuto un miracolo, non un danno!”
Senza comprendere il giovane alzò lo sguardo verso il vecchio saggio.
“Nella tua furia hai distrutto il cristallo che imprigionava i colori: guardati intorno: lo vedi? Quello è il rosso, accanto il giallo, poi il verde, il blu, l’indaco e il violetto”
Migliaia di anni fa una maledizione fu scagliata sul nostro pianeta: uno spirito maledetto offeso da un giovane ribelle che aveva cercato di rubargli lo scettro dei colori, condannò il nostro popolo al bianco eterno e all’assenza di emozioni. Solo un angelo potente e ribelle avrebbe potuto liberarci dal destino del vuoto e quell’angelo sei tu” il vecchio abbracciò forte il ragazzo
“Ma allora, non sono sbagliato…”
“No ragazzo mio tu non sei sbagliato, sei speciale ma nessuno di noi l’aveva capito”
Nel mentre, al di fuori della grotta il mondo pian piano tornava a dipingersi di infinte sfumature di colori fra lo stupore di tutti e i loro cuori erano in subbuglio come mai erano stati prima di allora:
felicità, paura, dolore, tristezza, rabbia, allegria, amore e pace, mille emozioni e mille colori tornarono finalmente ad animare il mondo degli spiriti ed anche il nostro giovane spirito trovò, infine, il suo posto nel mondo.
Fine
Una storia per te
Oggi voglio dedicare una fiaba ad un caro amico, che, purtroppo prematuramente, se n’è andato qualche giorno fa.
Un collega e un amico, amato da tutti, la cui mancanza colpisce come un’eclissi che copre il sole, lasciando tutti smarriti.
Per chi ne avesse voglia, leggete: “Storia di un uomo che divenne luce”
Storia di un uomo che divenne luce
C’era una volta un giovane uomo, pieno di energia e voglia di vivere; viveva in una città che si affacciava sul mare, tanto bella che pareva dipinta: il bianco delle case illuminate dal sole, l’azzurro del cielo, il blu del mare e l’oro della sabbia erano i suoi colori, quelli che il giovane aveva respirato sin dalla sua nascita. Quel giovane però, pur amando immensamente la sua città e i suoi abitanti, smaniava per la voglia di vedere il mondo, assaporare appieno la vita e vivere ogni giornata fino in fondo, cogliendo ogni attimo, ogni briciolo di felicità. Cosi’, un bel giorno, quel giovane infilo’ poche cose in uno zaino, se lo mise in spalla, abbraccio’ la sua famiglia e parti’.
I suoi passi lo portarono lontano, in una terra più fredda; per quanto amasse il sole, scelse di fermarsi lì per un po’, dato che anche in quella terra vi era uno specchio d’acqua: uno splendido lago che bastava specchiarvisi per sentirsi liberi.
Così, il giovane sostò in quella piccola città, aprì un piccolo studio e inizio’ in quel paese ad esercitare la propria professione, che svolgeva con passione e dedizione, cercando di migliorare giorno dopo giorno, per quello che era nelle sue possibilità, la vita degli abitanti. Di carattere allegro e socievole, si fece ben presto ben volere da tutti e così quella piccola città divenne la sua nuova famiglia: anche lì aveva trovato l’azzurro del cielo, il blu delle acque del lago, il calore delle spiagge dorate e tanto gli bastava per essere felice.
Il giovane crebbe, si innamorò, si sposò ed ebbe dei figli. Tutti quelli che lo incontravano, ricevevano da lui un sorriso e una buona parola: non importava quanto fosse stanco, o preoccupato, quel giovane dava tutto se stesso alle persone che lo circondavano, diffondeva la propria allegria affinché gli altri si sentissero sollevati dai propri affanni e fare questo lo rendeva felice.
Estate dopo estate, inverno dopo inverno, primavera dopo primavera, autunno dopo autunno, quel giovane divenne un uomo adulto e poi iniziò ad invecchiare.
Un brutto giorno, il cuore generoso di quell’uomo si ammalò, ma lui, ottimista e fiducioso come era sempre stato, si affidò alle cure del suo medico e si mise pienamente nelle sue mani.
Egli lo curò, lo guarì ed egli ritornò al proprio lavoro, con ancora maggiore energia. Giorno dopo giorno, quell’uomo ormai non più giovanissimo si alzava la mattina, preparava il caffè per sé e la moglie, le dava un bacio e poi prendeva la sua borsa e si recava al suo lavoro.
Seduto alla sua scrivania, aveva sempre un sorriso, uno scherzo o una buona parola per tutti e con ciò illuminava le giornate dei suoi clienti e dei suoi collaboratori, così come, poco a poco, gli anni avevano illuminato la sua chioma, rendendola d’argento.
Avvenne, però, che in un altro brutto giorno quel cuore, dai cui brutti scherzi si era già salvato tempo prima, decidesse di giocargli un pessimo scherzo.
Decise, quel cuore, di agire di sotterfugio, un po’ vigliaccamente, senza affrontare il suo avversario a viso aperto come un onesto cavaliere, ma piuttosto lavorando sotto banco, imbrogliando e tradendo la fiducia di quell’uomo buono. Un capogiro oggi, un lieve mancamento domani, piccoli disturbi che tuttavia celavano un veleno potentissimo che ormai si era insinuato nel corpo di quell’uomo. Intravedendo la minaccia del pericolo incombente, quel signore si rivolse di nuovo al suo medico, che tanto bene si era preso cura di lui in passato.
“Non c’è da perdere tempo” disse “bisogna intervenire!” e di nuovo egli si fidò. Specialisti di fama Intervennero ed egli credette di averla avuta vinta su quel cuore traditore.
Poche ore dopo l’operazione, chiamo’ allegramente tutti i suoi amici, informandoli che presto sarebbe stato di nuovo con loro, ma non fu così.
Dentro il nero di quella notte, l’oscura signora lo andò a trovare e, dopo pochi giorni, se lo portò via. I suoi medici provarono di nuovo a salvarlo, nel cuore della notte, con un intervento disperato. La sua chioma argentea cadde e con essa le sue forze. Lo sguardo vivace di quell’uomo era ora vitreo e spento, o almeno così pensavano tutti. In realtà, con gli occhi dell’anima, stava riguardando verso il lago e verso il mare, si perdeva nell’azzurro del cielo e nell’oro delle spiagge, guardava dentro il cuore delle persone che aveva amato.
La sua chioma era caduta, il suo corpo era immobile, il suo cuore e il suo respiro stavano per fermarsi, ma il suo spirito, come sempre era stato, vagava indomito, libero. La sua anima si librava nel cielo e, facendosi beffe di un corpo traditore, ricominciava a viaggiare per il mondo, per infiniti paesi, solcava infiniti mari e circondava tutti i suoi cari.
Essi non lo sapevano e lo piangevano, affranti a causa di quella terribile perdita, così l’uomo, o meglio lo spirito vivente e libero di quell’uomo, un giorno decise di far loro un regalo: prese una veloce rincorsa e si ritrovò alto nel cielo, poi discese con un tuffo, disegnando un arco di sette colori, brillante e luminoso, che si stagliò nitido proprio davanti alle finestre di una casa. Egli si era trasformato in pura luce. Quello era il giorno del compleanno di un suo caro amico e quella casa era quella dove abitava quel suo amico.
L’arcobaleno rimase lì per diversi giorni e tutti gli abitanti del paese non poterono fare a meno di stupirsi di quell’incredibile fenomeno, finché un giorno quel suo caro amico, riflettendo su quello strano evento naturale, osservò che esso era comparso proprio nel giorno del suo compleanno.
“Ma che strano” pensò “il cielo vuole farmi un regalo”. Da quel giorno, ad ogni compleanno di ognuno dei suoi più cari amici e familiari, lo spirito dell’uomo si librava altro in cielo, si trasformava in luce e disegnava un arcobaleno. A poco a poco ognuno di loro iniziò a pensare: “Ma che strano, il cielo vuole farmi un regalo”.
Ad un anno dalla morte dell’uomo, la sua famiglia decise di organizzare un incontro con tutti i suoi amici per ricordarlo e rivivere insieme quell’affetto grande, che aveva arricchito tutte le loro vite.
Chiacchierando del più e del meno, sorseggiando un buon bicchiere di vino, uno di loro raccontò la strana esperienza dell’arcobaleno e così tutti si accorsero che condividevano la stessa storia: possibile che il cielo, da un anno a quella parte, volesse fare un regalo a ognuno di loro?
Compresero così che non era il cielo, ma il loro caro amico l’autore di quei regali e che lui non se n’era andato del tutto, ma, anzi, sopravviveva felice e senza dolore ed era libero di vedere il mondo e di star loro vicino, sebbene i loro occhi non potessero vederlo.
A quella scoperta trovarono pace nei loro cuori e compresero che, in verità, la morte era solo un’altra faccia della vita.

C’era una volta un bellissimo angelo, che cadendo dal cielo prese le sembianze di un gatto…unafiabaperte: Audrey
Unafiabaperte: Audrey
C’era una volta un giovane angelo. Era un angelo femmina, con due splendide ali iridescenti, un volto delicato e due occhi grandi, profondi e dolcissimi, capaci di leggere nell’anima di coloro che incontrava, asciugare le loro lacrime, guarire i loro cuori dalla sofferenza.
Un giorno di gennaio, quell’angelo prese per sbaglio una corrente di vento che la portò sulla Terra: appena i suoi piedi toccarono il suolo essa si trasformò, poiché le leggi del Cielo non permettevano che occhi umani la vedessero nella sua vera forma.
Essa prese le sembianze di un gatto e vagò per qualche tempo per le strade, cercando di procurarsi qualcosa da mangiare qua e là, schivando le auto in corsa e riparandosi dalla pioggia e dal freddo, nascondendosi in qualche angolino.
L’angelo gatto osservava le persone camminare svelte, a capo chino
, strette nei loro cappotti, lo sguardo puntato in basso e talvolta celato dietro occhiali scuri; nascosta nel suo angolino preferito, vicino a un negozio di fiori, essa pensava che era diventato difficile leggere i cuori della gente, perché erano gelidi, come il vento che sferzava la strada, chiusi dentro muri di pietra, grigi e spessi. Ma l’angelo gatto non demordeva, si avvicinava talvolta a qualcuno per portare il suo conforto, ma i più neanche la vedevano.
“Povere persone…” pensava l’angelo gatto, “come vorrei aiutarle, ma sono tanto perse nel loro dolore che non vedono più una via d’uscita, si trascinano nel loro vivere monotono, giorno dopo giorno, in un quotidiano in cui l’unica luce è il neon dei lampioni, se solo si lasciassero guardare negli occhi…”
Un giorno, l’angelo gatto venne trovato da una giovane donna, che finalmente, dopo tanto tempo trascorso per strada, la vide e si lasciò guardare. L’angelo vide amore negli occhi della ragazza, così si lasciò prendere in braccio e portare in un posto caldo, dove ebbe del cibo e un rifugio. Scoprì che, come lei, altri gatti avevano ricevuto cure in quel luogo.
Di giorno venivano delle persone e dispensavano cibo, coccole, medicine e cure a tutti i gatti ospiti del rifugio; l’angelo gatto le osservava e si accorse che il loro sguardo non era rivolto in basso, il loro cuore non era impietrito ma caldo e battente, al ritmo gioioso della vita. La guardavano negli occhi e lei, coi suoi, entrava loro nell’anima facendola vibrare di una musica sublime, dal sentore d’eternità.
Un giorno, la giovane donna che aveva raccolto l’angelo gatto per strada, non venne a trovarla, portando con sé degli amici: le aveva trovato una famiglia.
L’angelo gatto aveva trovato una casa, con tanti bambini che la colmavano di attenzioni: buon cibo, coccole, cure, giocattoli. Non c’era giorno che l’angelo gatto fosse sola: quando la sua famiglia usciva di casa, chi per andare a scuola, chi al lavoro, essa gironzolava fra le stanze e lasciava il suo profumo ovunque perché al loro ritorno i suoi cari sapessero che lei era stata lì ad aspettarli, prendendosi cura delle loro cose. E la sera, lei li aspettava davanti alla porta, appollaiata sul mobile basso all’ingresso, accanto al televisore, pronta ad accogliere ognuno di loro al rientro, col suo speciale dono di benvenuto: un elegante cenno col capo e una carezza con la sua lunga coda affusolata. Di solito, ognuno di loro a quel saluto si abbassava verso di lei e i loro occhi si incontravano, con uno scambio d’amore che sapeva far sparire ogni malumore, ogni dolore, ogni disappunto dall’anima degli umani. L’angelo gatto era tornata a compiere la propria missione ed era felice di questo.
Ma, appunto, era un angelo e come tale non era destinata a vivere troppo a lungo sulla terra. Il suo posto era in cielo, la sua missione guarire i cuori delle tante persone, perse nella solitudine, che aveva incontrato sulla terra, ma erano così tante che non avrebbe mai potuto raggiungerle tutte, con le sue piccole quattro zampine, né in una sola vita terrena.
Per poter compiere la sua missione doveva spogliarsi delle sue sembianze feline, recuperare le sue meravigliose ali iridescenti e tornare a volare libera, riconquistando la sua vita immortale.
Ogni giorno, Audrey, l’angelo gatto, guardava i volti della sua famiglia e sapeva, in cuore suo, di doverli lasciare, per tornare al suo posto, in cielo fra gli angeli, ma ciò la rendeva triste e sapeva che avrebbe reso tristi anche loro, perciò per lungo tempo rimase con la famiglia che l’aveva accolta.
Una notte, però, l’angelo gatto sentì la voce del suo signore dal cielo che le disse: “Audrey è tempo per te di tornare a casa, hai fatto molto sulla Terra, ma molto di più potrai fare dal Cielo. Tanti sono i cuori spezzati, induriti e spenti che dobbiamo guarire. Devi salutare la tua famiglia e tornare in cielo da noi.”
L’angelo gatto divenne triste, respirò affannosamente per l’ansia e il dolore che quel distacco avrebbe procurato sia a lei che alla sua famiglia. Ma sapeva qual era il suo dovere. E obbedì.
Il suo signore le mando’ un forte vento, l’angelo gatto gli si abbandonò e venne portata in alto, verso le stelle. Il vento si trasformò in un vortice e Audrey iniziò a girare in tondo: man mano che roteava, le ali iniziarono a rispuntare dalle sue spalle, i suoi agili arti felini tornarono ad assumere l’aspetto di braccia e gambe, il pelo bianco e grigio lascio’ il posto ad una splendida tunica candida e il musetto a triangolo tornò ad essere il volto angelico dagli occhi grandi e dolcissimi, che aveva avuto tempo prima. Era di nuovo un angelo.
Dall’alto del cielo, Audrey osservava la sua famiglia, affranta per la sua perdita ed era tanto dispiaciuta per loro, così mandò loro due piccoli angeli gatti, ancora cuccioli, perché lenissero il loro dolore. Fu sollevata, quando vide che c’era ancora abbastanza amore nei cuori dei suoi amici umani per guardare negli occhi i giovani angeli gatti e lasciarsi guarire.
Allora, Audrey superò a sua volta il dolore di quel penoso distacco: sia lei che la sua famiglia avrebbero conservato per sempre nei loro ricordi l’affetto che avevano condiviso, ma accettando la guarigione che solo il rinnovarsi dell’amore poteva donare loro, ricominciarono, tutti, a vivere.
Audrey guarì e tornò a sorridere, spiegò le sue ali iridescenti e ricominciò a volteggiare nel cielo, cercando cuori sofferenti, cui portare consolazione. E così tanti ne curò, ed a loro volta tanti altri essi ne curarono, che ben presto il grigiore del mondo iniziò a lasciare il posto all’azzurro del cielo.
Maya
Unastoriaperte: Maya
Capitolo primo
Era molto presto quella mattina d’estate e sui prati ancora aleggiava un velo di nebbia sottile, mentre l’erba del prato era ancora umida di rugiada. Il sole si stava ancora stiracchiando dietro la cima del monte Nebbioso, a est, e la famiglia di allodole che aveva nidificato sui rami del castagno in giardino iniziava a chiacchierare. Il pastore si era già alzato, presto, prima dell’alba; aveva bevuto una tazza di caffè amaro e bollente, la sua unica colazione sin da quando era un ragazzo, molto tempo prima. Ora il pastore portava i segni del tempo sul volto e il suo corpo, pur snello e asciutto, non era più agile come qualche anno prima, eppure, ciò non lo scoraggiava né preoccupava affatto. Le sue abitudini erano quelle di sempre: sveglio presto, portava il suo gregge al pascolo più alto, con qualunque clima, dove le erbe di montagna erano più saporite; lì rimaneva fino a sera, lui solo con le sue pecore e il suo fidato amico Tom, un cane vecchio e quasi cieco da un occhio ma ancora buono per il lavoro. All’approssimarsi del tramonto scendevano a valle e il pastore trascorreva le sue serate leggendo vecchi libri, le cui pagine erano consunte dal tempo, quasi quanto la sua pelle. I segni delle sue note tracciati a matita in calce ai fogli di carta ingiallita erano profondi quanto le rughe sul suo viso, segni di una vita vissuta intensamente e ricordi indelebili di emozioni impresse quasi a fuoco su quelle superfici e sull’anima.
Anche quel giorno il pastore aprì la porta della stalla, chiamò il vecchio Tom con un fischio e si avviò lungo il sentiero con il suo gregge. Mentre salivano lungo la montagna, attraversando il tratto di bosco che precedeva lo spiazzo erboso ove erano soliti fermarsi, il cane si bloccò all’improvviso annusando l’aria.
“Che ti prende eh? Sei un vecchio pazzo Tom, cosa ti stai immaginando in quel tuo cranio oscuro? Non vedi che non c’è niente? Andiamo su…”disse il pastore rivolgendosi al suo unico amico.
Ma il cane era fisso sulle zampe con il muso rivolto alla scarpata e non c’era verso di farlo muovere. “ma che diamine ti è preso adesso…idiota di un cane…cosa stai annusando?”
Il pastore guardò in basso seguendo lo sguardo di Tom e la vide: rannicchiata dietro cespuglio, tremante, era una figura umana.
“Diamine, Tom! sei un segugio ora!” mugugnò fra sé e sé il pastore, iniziando a scendere di traverso lungo il pendio.
“Porca miseria mi ammazzero’…”
Infine la raggiunse; a vederla poteva avere dodici, tredici anni: sporca, graffiata e terrorizzata, la ragazzina lo fissava con un bastone stretto fra le mani.
“Ehi tu, metti giù quell’arnese o per quanto è vero Iddio te lo do in testa, capito? Non ti farò del male, voglio solo aiutarti, va bene?”
La voce ruvida del pastore doveva aver smosso ricordi sopiti nell’animo della ragazza che abbassò l’arma di fortuna.
“Bene, molto bene, come ti chiami me lo vuoi dire ora? “
“Maya”
“Ciao Maya, io sono Alfred e lui è Tom” disse il vecchio porgendole la mano, che lei afferrò e strinse con forza, quasi fosse un’ancora di salvezza.
“Ora che ci siamo presentati per bene, che ne dici se torniamo sul sentiero?”
Il pastore si avviò: sulle prime la ragazzina rimase immobile accucciata dietro il cespuglio di rovi, quasi fosse una barricata di filo spinato a sua difesa, poi, però, incrociò lo sguardo del cane che la osservava con aria attenta, riguardo’ il vecchio che risaliva il pendio scosceso: gli occhi sinceri del cane la rassicurarono; d’istinto la bambina decise che poteva fidarsi di lui, così lo seguì.
Mentre si arrampicava aggrappandosi alle radici sporgenti, mise un piede in fallo e scivolò in basso di alcuni metri: Tom si gettò immediatamente verso di lei e afferrò la maglia che la ricopriva, fermandone la caduta.
“Diamine! Che fate voi due!” imprecò Alfred, scendendo di nuovo: afferrò Maya per un braccio e la aiutò a ritornare sul sentiero finché non furono tutti in salvo.
Allora trasse la borraccia e il pane dalla bisaccia e lo porse alla bambina che lo guardò con aria interrogativa.
“Su! Mangia e bevi bambina oppure, debole come sei, non riusciremo neanche a fare due passi. Tom raduna le bestie e riportale a casa: per oggi va così”.
La osservò mentre mangiava: a occhio e croce doveva essere rimasta nel bosco per una settimana almeno: come fosse sopravvissuta era un bel mistero, considerando i temporali degli ultimi giorni e i lupi che giravano in quella parte del bosco.
Aveva graffi un po’ dappertutto ma non sembrava aver ferite gravi.
“Riesci a camminare? La mia baita non è lontana: almeno per stanotte sarai al riparo, poi domani vedremo che fare “
Maya si alzò: si reggeva a fatica sulle gambe ma riusciva a muoversi:
“Piano, piano” disse il vecchio” ti aiuto” e le porse il braccio: lei gli si aggrappò e un passo alla volta riuscirono a tornare a casa.
Il vecchio le indicò il dondolo invitandola a sedersi “vado a prendere un po’ di latte “.
Quando tornò, la bambina dormiva.
Alfred la copri’ con un vecchio telo di lana, consunto e sdrucito, l’unica coperta che avesse mai avuto in casa poi, silenziosamente, uscì accostando piano la porta cigolante, affinché non facesse troppo rumore, e si mise seduto su uno sgabello sotto la tettoia della baita. Si accese la pipa e rimase un po’ in silenzio a fissare il bosco che digradava giù verso valle; chissà chi era quella ragazzina e che cosa le era successo per finire in quello stato. Domande senza risposte si rigiravano nella sua mente mentre fissava il fumo salire in alto disegnando morbide volute nell’aria.
Capitolo secondo
Seduto sul suo sgabello, Alfred era rimasto immerso nei suoi pensieri per un po’, incuriosito e nel contempo turbato dall’incontro inatteso di quella mattina. Dopo una buona mezz’ora, decise che non era il caso di sprecare il tempo a quel modo, così raccolse un pezzo di legno cui aveva messo mano qualche giorno prima, afferrò lo scalpello e si mise a scolpirlo; rimase a lavorare in silenzio senza quasi accorgersi del tempo che passava, con Tom accucciato a terra.
“Che fai?” disse una voce, ancora molle di sonno, alle sue spalle.
Alfred si voltò e vide che Maya si era alzata e si stiracchiava le braccia stando in piedi appena fuori l’uscio della baita e lo osservava lavorare con curiosità; il viso, disteso dopo il riposo, appariva più giovane di quanto il pastore avesse inizialmente pensato, lo sguardo ingenuo ma attento, le guance rosee, le mani paffute con piccole fossette al di sopra delle nocche parlavano di una fanciulla di non più di dieci anni.
“Costruisco una nuova ciotola per il vecchio Tom: la sua ormai l’ha azzannata tutta e l’acqua esce dappertutto”.
“Ah Tom, allora è così che ti chiami, eh bello?” Commentò allegra la ragazzina.
Per tutta risposta il cane alzò il muso e si mise a leccare le mani di Maya, che scoppiò in una risata argentina al tocco solleticante della lingua ruvida del vecchio animale.
“Siete già amici voi due, eh?” sospirò Alfred un poco ingelosito, “vecchio ingrato: uno ti accudisce per una vita poi appena arriva qualcuno di nuovo in un attimo l’hai bell’e scordato..mmh bell’ingrato che sei!” borbottò il pastore, continuando nel suo lavoro di scalpello.
“Tu, piuttosto, dimmi bambina: hai fame?”
Gli occhi di Maya si spalancarono ed il pastore, senza mettere tempo in mezzo, entrò in casa e ne uscì con del latte, pane e un piatto di prosciutto affumicato che pose sulla panca. “Tieni, mangia e aspettami qui” disse.
“Dove vai?” domandò la ragazzina un po’ timorosa.
“Non preoccuparti, torno subito”
Il pastore giro’ l’angolo della baita e subito dopo si udì uno starnazzare vivace e concitato.
Alfred fu di ritorno pochi minuti dopo con un cestino di uova ancora calde, sedette accanto a Maya e tirò fuori dalla tasca un legnetto sottile e appuntito con cui praticò un foro sul guscio: “Bevi questo, ti farà bene”
Maya accolse con gratitudine le cure del pastore e il suo sguardo pieno di fiducia lo ripagò in pieno.
“Dimmi, ragazzina, che ci facevi nel bosco e da quanto tempo eri lì da sola?”
“Scappavo”
“Oh bella! E da chi mai scappavi bambina? Non ce l’hai dei genitori?”
“Scappavo dai miei genitori, beh ecco, da mio padre in verità”
” Ah beh questa è anche meglio!! E come mai perdio?”
“Non posso dirlo”
Il vecchio ammutolì.
“Cosa non puoi dire?”
“Perché scappo. È segreto. Ma a casa non ci torno”
“Oh bella! E dove pensi di stare?”
“Beh…adesso sono qui ma se non posso starci piuttosto torno nel bosco”
” Non hai paura? Ci sono animali pericolosi nel bosco sai?”
“È sempre meglio che casa mia. Eppoi io so combattere bene che credi?!” rispose Maya mostrando ad Alfred i denti ed i pugni alzati.
“Buona, buona, che mi spaventi il vecchio Tom…Vai a giocare un po’ con lui ora, io devo lavorare e tornate prima dell’imbrunire.”
La bambina e il cane si allontanarono nel prato che circondava la baita e il pastore rimase solo a pensare a quella storia che gli aveva fatto gelare il sangue nelle vene. Chissà da quale situazione scappava quella ragazzetta tuttossa…
Lento, il pomeriggio estivo trascorse e si fece sera.
Il pastore, la bambina e il cane si riunirono nella baita attorno alla tavola di legno grezzo che profumava di pino, cenarono con una tazza di minestra calda, pane, uova e formaggio, poi sedettero fuori, a godersi il fresco, ammirando la luna e le stelle.
“Com’è bello il cielo da qui! È tutto diverso da quello che si vede da casa! Alfred, mi racconti una storia?”chiese Maya.
“Ma io non conosco storie per bambini!”
“E allora raccontane una per cani!”
Il pastore scoppiò in una sonora risata e iniziò a raccontare la storia del vecchio Tom, di come lo aveva trovato per strada da cucciolo e di come fosse divenuto l’inseparabile amico del pastore, aiutandolo nel lavoro quotidiano al pascolo con le pecore.
Assorto nel racconto, Alfred ripercorse gli ultimi anni della sua vita e non si accorse che Maya si era assopita. Tom attirò la sua attenzione mordicchiandogli i pantaloni finché il vecchio non se ne accorse: mise a letto la bambina e si sdraiò anche lui: infine, quella strana giornata volgeva al termine.
Capitolo terzo
La mattina seguente Alfred si alzò di buon’ora e, come al solito, si preparò per portare il gregge al pascolo; mentre sorseggiava il caffè bollente, tuttavia, riflette’ che la storia di Maya meritava un approfondimento e decise che quel giorno dopo pranzo sarebbe sceso in paese e avrebbe sentito quali voci giravano.
Vox populi…c’era sempre da imparare qualcosa alla locanda, ascoltando le chiacchiere degli avventori, e -male che andasse- poteva sempre bersi un buon bicchiere di vino con il vecchio Gunther.
Posò la tazza nella vasca sbeccata di ceramica che faceva da lavandino sotto il rubinetto fuori dalla baracca e chiamò il vecchio Tom con un fischio doppio, uno breve e uno lungo: era il segnale concordato, segno che si iniziava il lavoro. Mise una mano di taglio sulla fronte per riparare lo sguardo dalla luce scintillante dell’alba e vide il cane accorrere al richiamo.
Lo sguardo s’illumino’ alla vista dell’amico di una vita, forse il solo vero affetto che avesse mai avuto da tanti anni a quella parte, di certo l’unico essere di cui si fidasse davvero. Entrò nella baracca e, dopo aver dato da mangiare e bere al cane, gli sussurrò: ” Mangia, su, che poi partiamo” poi sfiorò la spalla della bambina. Maya, svegliandosi, lo guardo’ con gli occhi ancora pieni di sogni.
La fiducia che vi lesse provocò al cuore del vecchio una fitta di struggimento: lui ormai aveva perso quello sguardo da tempo. La crudeltà della guerra e la meschinità degli uomini glielo avevano tolto per sempre e lei avrebbe fatto bene ad imparare presto a difendersi di più dai suoi simili, ma forse lo stava già facendo, visto che era in fuga da casa, pensò con amarezza.
“Ciao Maya, qui c’è della minestra, del pane e del formaggio per te. Io devo portare il gregge su al pascolo, tornerò per sera, tu resta qui intesi?”
La bambina annuì, ma, avvezzo a cogliere il non detto, il pastore vide lo sgomento comparire in un secondo nei suoi occhi: “Non aver paura, non ti può succedere nulla…facciamo così: lascio qui con te il vecchio Tom a farti compagnia, va meglio?” Subito la bambina si rasserenò e annuì di nuovo, ma questa volta con un largo sorriso in parte sdentato e irregolare, fra denti da latte, caduti e da grande, molto simile, del resto, a quello del vecchio Alfred.
Il pensiero di come si somigliassero i loro sorrisi diverti’ il pastore, che uscì fischiettando. “Tornerò prima di sera” disse e si avviò.
Inerpicandosi per i pendii nel più completo silenzio, interrotto solo dal grido di un falco lontano, il pastore si perse nel proprio animo, fino ad allora reso asciutto e impermeabile a qualsiasi emozione dal lungo allenamento alla solitudine, la vita che aveva scelto per difendersi dal dolore. Tutto questo rischiava di fare saltare il banco della sua tanto sudata tranquillità. Maya…cosa si nascondeva dietro quei graffi, quella sua fuga e, nonostante tutto, dietro quel suo sorriso pieno di fiducia?
Giunto al pascolo, Alfred lasciò brucare le pecore e rimase un po’ seduto all’ombra di un larice, fumando la pipa. Poi si alzò, lottando contro le ginocchia dolenti e facendo forza sul bastone nodoso, l’altro suo fido compagno.
Riguadagnata la a posizione eretta, bofonchiando fra sé e maledicendo l’artrosi, si incammino’ verso la baracca di Andreas, un giovane che, come lui, aveva scelto di vivere da solo su quelle cime solitarie e che conosceva bene. Bussando alla porta lo sentì grugnire, non che si aspettasse un’accoglienza diversa…”Ragazzo sono Alfred” borbottò.
“Ehi, vecchio, menomale che sei tu e non qualche assurdo turista…che il diavolo li porti!! Alfred, che ci fai in casa mia?” Il tono del giovane era decisamente mutato, mentre versava per sé e per il pastore un bicchiere di vino e tirava fuori pane e formaggio.
” Ti propongo un lavoretto ragazzo: ti occuperesti del mio gregge per i prossimi due o tre giorni al mio posto? Ti pagherei, s’intende…”
“Volentieri vecchio ma che hai, non sarai malato?” Disse il giovane, che a suo modo era affezionato al vecchio pastore.
Loro due vivevano in modo molto simile e soprattutto se ne stavano alla larga dal resto dei loro simili, di cui diffidavano.
“No, no, non stai per ereditarlo il gregge ragazzo mio…ho delle faccende da sbrigare in paese”.
“Allora non mi immischio, io preferisco le bestie, tu va’ pure e le pecore lasciale a me”.
“Grazie, ti sono debitore, ci vediamo al mio ritorno”.
“Non scordarti di portarmi un ricordino dal paese vecchio!!” Lo salutò Andreas mentre Alfred si incamminava lungo la mulattiera.
“Stai pur tranquillo” rispose l’altro, alzando una mano ma senza voltarsi indietro.
Profferirlo, il grazie, era cosa superflua e sarebbe risultato stonato e storpio: attorcigliato nelle righe dell’anima di entrambi, risuonava limpido nei cuori senza bisogno di parole.
All’inizio del pomeriggio, Alfred apriva la porta dell’unico locale pubblico presente nel piccolo villaggio; l’atmosfera buia odorava di funghi, polenta e fumo di pipa. Il proprietario era un uomo sulla settantina, barba e baffi gli nascondevano il volto rugoso e abbronzato dalla vita all’aperto. Aveva rilevato il locale da un cugino morto dopo aver lavorato una vita su ai pascoli e in malga. Conosceva Alfred e sapeva che non gli si dovevano rivolgere troppe domande ma che bisognava sempre rispondere chiaro a quelle che avrebbe posto lui.
Alfred si avvicinò al banco e saluto’ con un cenno del capo. Il barista gli verso’ un bicchierino di grappa.
“Buondì Alfred, qual buon vento…”
“Saluti, Gunther, che aria tira da queste parti?”
Era un classico del vecchio pastore rispondere ad una domanda con un’altra domanda.
“Se ti conosco, non sei qui in paese per compere”: Gunther, però, sapeva come prenderlo.
Erano cresciuti assieme e assieme erano stati in trincea, non una ma più volte in quei maledetti anni delle due guerre.
Gunther non sarebbe stato in grado di dire se potevano definirsi amici, ma a modo loro si erano sempre presi cura l’uno dell’altro e non avrebbero per nessun motivo al mondo fatto mancare l’un l’altro un aiuto in un momento di bisogno.
“No, infatti, non per compere. Ma mi servono informazioni e non conosco uomo migliore di te in paese per questo scopo”
“Allora vieni di là, non è il caso di parlare qui. Hannah! Vieni al bancone per un po’ che io ho da spaccare legna sul retro” grido’ Gunther alla moglie, che giunse dalla cucina, asciugandosi le mani nel grembiule.
“Oh Alfred! Buongiorno! Mio marito ti ha almeno offerto qualcosa da bere prima di portarti a spaccare legna?”
“Grazie Hannah sono a posto” rispose Alfred alla donna.
Robusta e rosea, Hannah conosceva i due uomini sin dall’infanzia. Con il marito, era una delle poche persone in paese cui Alfred non riservava il suo ostinato e indifferente silenzio.
“Ti preparo qualcosa per dopo” rispose e Alfred sapeva che non avrebbe potuto rifiutare. Quella di Hannah non era un’offerta: era un ordine.
Alfred e Gunther uscirono dalla stanza in penombra dalla porta di servizio dietro al bancone e si coprirono gli occhi con la mano per farsi scudo dalla luce che li investi’.
“Che ti frulla in testa vecchio?” chiese Gunther, prendendo l’accetta e dirigendosi al ceppo per spaccare un po’ di legna.
“Che si dice in giro?” Alfred rispose alla domanda con un’altra domanda, evasivo.
“Non granché di nuovo in verità, ma se ti va di uscire a divertirti puoi andare alla fiera, sono arrivati i giostrai…” lo canzonò Gunther.
“Giostrai, si spara anche? Che magari faccio un giro…”
Alfred pensò che magari Maya scappava da lì.
“Nessun altro evento degno di nota? Sicuro?”
“Tutto dipende da cosa cerchi, vecchio mio…pettegolezzi fin che vuoi ma per quelli chiedi ad Hannah…il vecchio Louis si è spaccato una gamba, ed è tanto che non è la testa considerato che è volato giù dal fienile…a proposito, sai che divento nonno?”
“Oh bella! Questa sì che è una notizia!!! devi offrire da bere!”
“Già…la mia Therese avrà un bambino a giugno, ormai manca poco…Hannah non sta più nella pelle…” Gunther schiacciò col piede il mozzicone di sigaretta ormai spento.
“S’invecchia…”
“I bambini portano giovinezza amico mio, congratulazioni; andiamo da Hannah dai e offrimi un bel bicchiere!” concluse Alfred.
Forse che stesse diventando nonno anche lui con Maya?
Dopo un bel brindisi Alfred si accomiatò dai vecchi amici uscendo senza voltarsi. A Gunther rimase il dubbio di quali informazioni stesse cercando Alfred, ma subito venne richiamato ai suoi doveri dalla silenziosa presenza di Hannah, porto sicuro della sua esistenza, che tutto comprendeva senza bisogno di parole.
Alfred si incamminò verso casa con le spalle un po’ curve, lo sguardo puntato sui propri passi mentre i pensieri si avvicendavano nella sua mente e passavano via veloci: come le nuvole che si muovevano rapide in cielo, anch’essi tiravano un po’ sul cupo e si ammassavano come si stesse preparando un temporale.
Maya…trovata nel bosco sola affamata ferita e in fuga. Da chi… da cosa… perché… perché era finita proprio sul suo cammino…Alfred, per la prima volta dopo tanto tempo vedeva la sua vita sconvolta, la mente occupata da qualcuno diverso da sé e non era sicuro che tutto ciò fosse cosa buona per lui.
E ora Gunther e Hannah, il nipote in arrivo, le giostre…già, le giostre…
Capitolo quarto
Ad Alfred non erano mai piaciute le fiere, neanche quando era giovane e i suoi amici non aspettavano altro per tutto l’anno: la musica alta, i dolciumi, la folla, il baccano. Tutti quanti che gironzolavano, felici e appagati, mentre per lui sembrava che il tempo rallentasse, le facce delle persone vorticassero intorno a lui come se fossero al rallentatore; tutti che urlavano e ridevano e sghignazzavano…no. Non faceva per lui. Quelle rare volte che si era lasciato convincere aveva poi dovuto pentirsene e aveva lasciato gli amici con un palmo di naso, per finire in fretta e furia ai rifugiarsi nel bosco; solo nel silenzio, dove poteva udire solo il rumore delle fronde mosse dal vento a poco a poco il battito del suo cuore tornava normale, il respiro libero e la gola smetteva di stringere come se una mano invisibile volesse soffocarlo.
Diffidente per natura e solitario per scelta, Alfred ora si trovava ad un bivio e non per sua volontà. Ciò lo irritava e lo agitava, ma nel contempo lo incuriosiva. Sapeva che non avrebbe trovato pace finché non avesse avuto le risposte che cercava.
Era quasi sera quando, di ritorno dal villaggio, raggiunse la baita, dove lo accolsero l’abbaiare festoso del vecchio Tom e un profumino invitante che proveniva dall’interno della casupola. Maya si era arrabattata ai fornelli e aveva messo sul fuoco una zuppa per cena che pareva davvero gustosa: Alfred era piacevolmente sorpreso da quella accoglienza ed un mezzo sorriso spuntò sotto i baffi grigi.
“Bentornato signore! Si accomodi al suo tavolo, la cena sarà subito servita!” Disse Maya con voce argentina. Si era ripulita e aveva lavato e pettinato i capelli, che si erano asciugati al sole e risplendevano alla luce delle fiamme del camino di riflessi dorati. Dove aveva già sentito quella voce…era strano ma non gli sembrava nuova, piuttosto un suono che aveva un che di familiare, un ricordo lontano, avvolto nella nebbia, una memoria sepolta da tempo.
Alfred si riscosse dai suoi pensieri e sentì riscaldarsi il cuore alla vista delle piccole attenzioni che la bambina gli riservava, lui che da tanto tempo vi aveva rinunciato. Una fitta dolorosa tuttavia si fece sentire, al ricordo evocato dell’ultima volta in cui era stato oggetto di simili piccole manifestazioni d’affetto, tanto tempo prima.
Diede un colpo di tosse per schiarire la voce prima di pronunciare un semplice grazie, temendo che risultasse incrinata, lasciando trapelare emozioni che dovevano rimanere dov’erano, seppellite in fondo al cuore.
“Com’è?” chiese la bambina, timorosa della risposta.
“Molto buona, molto buona davvero!” rispose Alfred “Dov’è che ha imparato a cucinare? Da tua madre?”.
Il viso della bambina si oscurò di un’ombra indecifrabile; “Che c’è? Che ho detto?” Chiese il pastore, mentre il vecchio Tom lo guardava con disappunto. “E tu che hai da rimproverarmi?!” Proseguì il pastore perplesso, rivolgendosi al suo cane. “Niente, non hai colpa tu, solo che la mamma non ce l’ho più…” rispose rattristata Maya.
“Oh, mi spiace tanto, che le è successo?” domandò Alfred, sinceramente dispiaciuto.
“Non so bene, è scomparsa anni fa, ero piccola, non ricordo quasi niente di lei. Mio padre non ne parla mai.”
Alfred tacque, fra l’imbarazzato e l’addolorato.
“Chi si prende cura di te?”
“Marie” rispose Maya “la mia governante. Di mia madre ricordo solo che aveva dei cappelli bellissimi, è strano vero? Che mi ricordi solo i suoi cappelli…ma erano davvero elegantissimi, ricordo che papà ogni tanto gliene regalava uno nuovo…” poi rimase in silenzio ed esso cadde come una coltre pesante nella piccola stanza.
Alfred iniziava ad intuire che dietro la storia di Maya probabilmente si celava qualcosa di molto più complesso che non una semplice fuga per capriccio, un mistero più grande di quanto inizialmente avesse potuto immaginare.
Quando l’aveva accolta si era immaginato la storia di una bambina ribelle ed intollerante alle regole dell’educazione, che aveva tentato la fuga un po’ per gioco e il suo intento iniziale era quello di riportarla in famiglia. Ora, però, il vecchio pastore iniziava a pensare che la soluzione più semplice forse non era effettivamente la migliore per la ragazzina. Quella notte il pastore dormi’ poco e male, rigirandosi più e più volte sul pagliericcio dove si era messo a giacere, per lasciare il suo letto alla bambina. Chiaramente Maya proveniva da una famiglia benestante, ma infelice: cosa mai aveva potuto indurre una bambina ricca, privilegiata e senza problemi a scappare di casa in quel modo rischiando la sua stessa vita? Questi e mille altri quesiti si affollavano nella mente del pastore: ma diamine perché era dovuto capitare proprio a lui? Lui che era un semplice pastore e che aveva scelto una vita solitaria, lontana dagli uomini: stava così bene lui sulle sue montagne, col suo vecchio cane Tom, le pecore, gli alberi, il silenzio intorno. Quella faccenda di occuparsi di una bambina fuggita da casa non era affar suo in fondo: l’indomani l’avrebbe condotta con sé in paese e l’avrebbe affidata alle autorità locali. Ecco: era loro la responsabilità di occuparsi di lei, non sua. Saldo, con questa sua nuova decisione nel cuore, verso l’alba il pastore si addormentò, anche se il breve sonno fu talmente infestato da incubi che non lo lasciò riposare. Quando aprì gli occhi, Maya vide che il pastore dormiva ancora:”Deve essere stanco” penso’ “preparerò io la colazione e lo lascerò riposare: ieri ha camminato tanto”. Così Maya uscì in punta di piedi e silenziosamente dalla stanza della baita e si stiracchiò: a piedi nudi sull’erba bagnata dalla rugiada, la fronte baciata dal primo sole del mattino, Maya penso’ che non era mai stata meglio di così. Sentendo le galline si distrasse dai suoi pensieri e andò nel pollaio dove raccolse quattro uova appena deposte; tornata nella casupola si mise a friggerle, tosto’ un poco del pane rimasto e mise a bollire il caffè. Le narici del pastore vennero stuzzicate dai profumi che provenivano dalla cucina: il suo risveglio fu decisamente piacevole. Alfred non era abituato a che qualcuno si prendesse cura di lui e tutto sommato la cosa non gli dispiaceva. ” Grazie Maya, sei stata molto gentile: facciamo colazione insieme poi facciamo un giro in paese” alle parole del pastore, la bambina si illuminò di un sorriso radioso: “in paese ci sono le giostre!” esclamò “Mi ci porti Alfred, mi ci porti??” Il pastore rispose con un brusco “Vedremo”. Rigovernate le tazze della colazione, il pastore e la bambina si incamminarono verso il paese accompagnate dal vecchio Tom, inseparabile amico di entrambi ormai. “Avrai bisogno di qualcosa da vestire, non puoi sempre andare in giro con questi abiti consunti, facciamo compere?” Chiese la bambina. “Cos’è che hanno che non va i miei vestiti, signorina? Sentiamo…” rispose Alfred burbero; “Beh, sono un po’ sdruciti…non che io in effetti sia vestita molto meglio di te dopo la mia scappatella…” ribatté la bambina ridendo con quei suoi immensi occhi blu,che non sembravano aver la minima paura di lui. Alfred le lanciò un’occhiata a metà tra il divertito e l’offeso, poi ammise:” già che a vederci sembriamo due straccioni, bella coppia io e te!” Chiusa la schermaglia con una risata i due s’incamminarono e dopo una scarpinata di circa un’ora già dalla montagna arrivarono infine in paese. La prima sosta fu in sartoria, dove furono accolti, per così dire, dalla proprietaria della boutique in persona; la signora Janette era una zitella di poco più di cinquant’anni, magrissima, elegante in un tailleur colore senape e una camicetta di sera color vaniglia adornata da un morbido fiocco al collo. Alla vista del pastore e della bambina così male in arnese, la donna storse un po’ il suo bel naso francese all’insù, squadrandomi da sopra gli occhiali a mezzaluna. Con l’espressione perplessa che le si dipinse sul viso, si sottolinearono le rughe frontali e lo chignon che raccoglieva i capelli scuri, illuminati qua e là da qualche spruzzata argentea, pareva ancora più tirato del solito. Non era proprio il genere di clienti che era solita servire, ma quelli erano tempi magri e di affari se ne facevano ben pochi, per cui ogni franco, da qualunque tasca provenisse, era ben accetto.
“Cosa posso fare per lei signore? E tu piccolina, gradisci qualcosa di nuovo? immagino di si’…” esordì, senza riuscire a celare del tutto una nota di sarcasmo nella voce. “Alfred mi compra un vestito nuovo!” “Direi che ce n’è proprio bisogno! Dove sei stata con questi abiti mia cara bambina?!? Sembra che ti abbiano aggredito delle bestie feroci!”
“Si faccia gli affari suoi signora e ci faccia pure servire da una delle sue commesse, immagino che lei abbia cose ben più importanti da fare, che non star dietro a due poveracci come noi” tagliò corto Alfred, senza tanti complimenti, dando voce al pensiero, che la donna non avrebbe mai avuto il coraggio di pronunciare.
“Oh! Ma non era mia intenzione offendere in alcun modo, signore!” esclamò, rossa d’imbarazzo “Le chiamo subito una delle ragazze! Annalise, cara, vieni subito ad occuparti di questi signori!! In effetti ho del lavoro da sbrigare in ufficio, vorrete scusarmi signore, mia cara…” concluse madame Janette, girando sui tacchi ed allontanandosi tossicchiando.
“Arrivo subito madame!” disse la ragazza da dietro il bancone e avvicinandosi a Maya con un bel sorriso. “Ciao bellezza, come ti chiami?”
“Maya” rispose la bambina un po’ rattristata. “Bene Maya, io sono Annalise; non fare caso a madame, vieni con me: sono appena arrivati dei nuovi abitini! bella come sei ti staranno a meraviglia!” Subito gli occhi di Maya brillarono per la gioia: per la prima volta dopo tanto tempo, la bambina sembrava veramente felice: dopo le traversie delle ultime settimane, tutte quelle attenzioni, i begli abiti da cui era circondata, i profumi di pulito e fresco del negozio la facevano sentire quasi una principessa. Alfred la osservava con tenerezza ed era lieto di poterle offrire quel breve momento di distrazione; riscosso dai suoi pensieri dalla voce nasale di una delle commesse che gli proponeva vari capi d’abbigliamento, si limito’ a scegliere per sé un nuovo cappello: di altro non aveva alcun bisogno. Quando Maya e Annalise riemersero dai camerini di prova dopo circa mezz’ora, un’espressione di stupore si dipinse sul volto del vecchio pastore: la ragazzina era vestita di tutto punto ed era veramente splendida: ad Alfred parve che fosse abituata a indossare abiti di pregio, poiche’ si muoveva con una eleganza del tutto naturale; con l’aiuto della commessa, aveva scelto qualcosa di molto elegante ma semplice e sobrio, quindi , dedusse, doveva essere stata educata ad avere gusti raffinati. Tutto questo cominciava a disegnare nella mente di Alfred un quadro,seppure appena sbozzato, riguardo le origini della bambina, che cominciava a collocare nella buona società della valle; chissà chi erano i suoi genitori, o meglio,chi era suo padre…
“Raccontami un po’ della tua famiglia” chiese Alfred a Maya mentre passeggiavano lungo la via principale del paese, dirigendosi verso la piazza. Mentre la pronunciava, Alfred rifletté che a ben vedere porre quella domanda non era da lui: da tempo, infatti, farsi gli affari degli altri non apparteneva minimamente al suo modo di vivere, eppure, ormai, in quella storia c’era dentro fino al collo e non poteva più tirarsi indietro, volente o nolente. Vedendo il volto di Maya rabbuiarsi, cambiò repentinamente argomento. “Lasciamo stare, andiamo a prenderci un bel gelato, ti va?”; Per un po’ camminarono in silenzio, poi la ragazza inizio’ a parlare, a voce bassa ” Sai, Alfred, era tutto molto bello fin quando c’era la mamma: papà era contento, eravamo una famiglia felice. Poi un brutto giorno lei è scomparsa: nessuno sa dove sia finita, neanche i poliziotti; da quel giorno è cambiato tutto nel mio mondo: lui era il mio eroe, ma più il tempo passava più lui diventava freddo, e cattivo, molto cattivo. Ha smesso di lavorare, ha cacciato via la nostra governante, non mangiava e non ne preparava nemmeno per me. Non mi accompagnava a scuola, non uscivamo mai, neanche per andare dalla nonna. Una sera l’ho sentito discutere al telefono con qualcuno e ho capito chiaramente che sarebbe stato più felice senza di me; parlava di una scuola lontano dove voleva mandarmi, così quella notte sono scappata. Io avevo i miei amici, la mia scuola voleva portarmi via anche l’ultima pezzo di vita felice che mi era rimasta, così ho deciso di scappare.”
La bambina rimase di nuovo in silenzio; Alfred pure: non sapeva come fare a contenere tutto quel dolore e la tristezza che di colpo si erano riversati nelle sue mani, così fece l’unica cosa che sapeva fare: le cinse le spalle con un braccio e l’attirò vicino a sé, confortandola con la sua stretta. Rimasero così per un po’, camminando; chiunque li avesse visti li avrebbe presi per un nonno e una nipote molto affiatati, eppure si conoscevano solo da pochissimi giorni. La grande quantità di dolore condiviso aveva creato la base perché nascesse tra di loro un legame indissolubile
Quella bambina gli era stata affidata dal cielo e ora era sua responsabilità fare in modo che tornasse ad avere la vita felice che si meritava. Stettero per un poco seduti su una panchina senza parlare, poi Alfred si alzò ed entro’ nella caffetteria lì vicino, uscendone con due grandi coni gelato. “Cioccolato per te, pistacchio per me” disse porgendone uno a Maya, che già tornava a sorridere . “Lo sapevo io, il gelato funziona sempre!” “Mi sa di sì…” disse la bambina osservando che i baffi di Alfred iniziavano a colorarsi di verde…entrambi scoppiarono a ridere ed il brutto momento sembrava essere stato superato.
Risorsa dei giovani, la capacità di recuperare spensieratezza con niente.
Ci sarebbero stati altri momenti duri come quello appena trascorso, Alfred sapeva bene che il gelato non sarebbe bastato: egli avrebbe dovuto trovare dentro di sé la forza di aiutare Maya.
Il percorso era tracciato, la decisione presa, e come ogni altra volta nella sua vita, quando gli succedeva così, l’uomo non si sarebbe fermato fino a che non avesse concluso quanto si era imposto di fare.
Capitolo quinto
Tornati a casa, Maya si mise a disporre in bell’ordine i suoi nuovi abiti in una cassapanca di legno grezzo, che Alfred aveva appositamente ripulito e svuotato da un po’ di vecchie cianfrusaglie, riservandola solo per lei; terminato il lavoro, uscì sul prato antistante la baita, che digradava dolcemente verso il fondovalle, raccolse dei fiori dal cespuglio di lavanda selvatica e decise di metterli a seccare, per poi farne dei sacchettini per profumare la biancheria, come le aveva insegnato tempo prima la sua governante. Il pomeriggio lentamente svanì nella sera con i colori di un tramonto rosato ma non privo di nubi scure e grevi che, ancora lontane, si avvicinavano da est. Quella sera Alfred non riusci’ a prendere sonno tanto facilmente: i pensieri turbinavano intorno al racconto della ragazzina: i fatti dovevano essersi svolti sette, otto anni prima all’incirca, eppure egli non aveva memoria di una storia simile in paese o nei villaggi dei dintorni: una vicenda simile sarebbe infatti riecheggiata nei vicoli della valle per molto tempo e, per quanto lui si tenesse alla lontana dai pettegolezzi, non gli sarebbe potuta rimanere del tutto estranea. Maya doveva quindi provenire da una città più lontana, anche se non troppo, dato che aveva potuto percorrere a piedi e da sola la strada fino alla foresta nei pressi della baita. Rimuginando e rigirandosi sul pagliericcio, Alfred si chiedeva chi avrebbe potuto saperne qualcosa e, ormai a notte fonda, gli venne in mente che l’unica persona che conosceva che potesse aver memoria di un simile evento era di certo la vecchia Marie.
La vecchia Marie era la più anziana donna del villaggio: ormai superava di gran lunga i novant’anni e viveva, ancora da sola, in una piccola casa vicino alla piazza. Da anni non usciva quasi più di casa tranne che per trascorrere poche ore su una panca appena fuori l’uscio per riscaldare un po’ al sole le ossa raggrinzite e rese fragili dall’età e dall’artrosi. Ancora lucidissima nonostante l’età, Marie era la memoria storica della valle.
Pettegola per scelta e puro divertimento da quando era solo una bambina, conosceva vita, morte e miracoli di tutti coloro che abitavano nel circondario in un raggio di almeno una ventina di chilometri. Se nella valle fosse successo qualcosa di riconducibile alla storia di Maya, l’unica persona che di certo se ne sarebbe ricordata era proprio lei. Alfred decise così che il giorno dopo le avrebbe fatto visita; rasserenato, si addormentò quando ormai la luna era tramontata da un pezzo.
La mattina di buon’ora il pastore disse a Maya che sarebbe andato in paese per comperare un po’ di cibo; la bambina lo salutò dicendo che si sarebbe occupata lei di tutto e anche del vecchio Tom. Il pastore si avviò di buon passo e raggiunse il paese verso l’ora di pranzo; dopo aver mangiato qualcosa con Gunther e Hannah, che presto sarebbero diventati nonni, Alfred si incamminò verso la casa della vecchia Marie. Mentre camminava lento, pensava a come si sarebbe chiamato il piccolo in arrivo: questa era sempre stata una questione molto importante per il vecchio pastore, il quale aveva una sua teoria personale sul significato del nome delle persone: nel corso della sua vita aveva conosciuto molte persone con nomi simili e, a suo modo di vedere, queste condividevano ben più di un gruppo di lettere dal suono più o meno piacevole, ma tratti di carattere e personalità inconfondibili: Alfred aveva così imparato a diffidare naturalmente di alcune persone e ad affidarsi spontaneamente ad altre: sarà stata anche una sua pura e semplice fissazione, oppure ottusità, ma questa sua teoria, messa alla prova, lo aveva ben guidato in diverse circostanze, sia durante la guerra sia dopo il suo ritorno alla vita civile.
Maya era un mistero anche da questo punto di vista: il suo era un nome stranissimo, esotico, non apparteneva a nessuna usanza o traddizione della zona…chissà da dove proveniva e come mai era stata chiamata proprio così. Anche questo aspetto complicava le cose, perché non aveva mai conosciuto nessuno con quel nome e quindi non sapeva cosa aspettarsi dalla personalità della ragazzina, ma nello stesso tempo rappresentava una sfida molto intrigante.
Un passo dopo l’altro, Alfred giunse infine alla porta della vecchia Marie, la quale ci mise qualche tempo a raggiungere l’uscio, dopo che ci ebbe messo qualche tempo a rendersi conto che qualcuno aveva bussato alla sua porta; si era alzata con fatica dalla seggiola dove riposava e si era diretta camminando a fatica appoggiandosi al suo bastone alla porta
Quando l’ebbe aperta, la luce la costrinse a socchiudere gli occhi e difendersi ponendo la mano destra ossuta e contorta come una radice di taglio sulla fronte: così facendo si rese conto della sagoma che le stava davanti e riconobbe Alfred a fatica.
“Santo cielo! Cosa ti porta giù dalla tua montagna,pastore?”
“Buongiorno Marie! La trovo in gran forma, se non altro il tempo non ha certo smussato la sua proverbiale ironia…”
“Su, su, non prendere in giro una vecchia signora, entra e accomodati vecchio mio. Come stai e cosa ti porta quaggiù?” rispose la vecchia pettegola mettendo a bollire del caffè già pronto dalla mattina e ormai raffreddato. Alfred entrò nella casupola buia e si mise a sedere su una delle uniche due sedie presenti nella piccola stanza. “Sono sceso per provviste e ho pensato di passare a trovarvi,Marie: volevo accertarmi di come stavate”
“Beh come vuoi che stia: ho più di novant’anni, ogni singolo osso del mio corpo ha più di novant’anni e mi fa male… che vuoi che ti dica. Non c’è più molto che mi interessi a questo mondo.” Rispose l’anziana signora.
“Beh” disse il pastore “forse ho io qualcosa che ravviverà un po’ la vostra curiosità”
“Ma davvero! e cosa mai mi porti dalle montagne? Sai bene che io gradisco solo notizie fresche di giornata e dalle tue pecore che informazioni puoi mai aver ricevuto?” scoppiò a ridere la donna, emettendo un suono ancora squillante, nonostante l’età.
“In verità la notizia non viene dalle pecore ma da una strana figura che ho incontrato nel bosco” ribatté Alfred, che voleva rimanere un po’ sul misterioso.
“Una strana figura? E che mai hai trovato nel bosco? un animale sarà…ma dubito che faccia notizia.”
“Mia cara, una ragazzina ho trovato, una ragazzina scappata di casa che non vuol dire da dove venga e chi siano i suoi genitori, dice che fugge di casa e io vorrei capire come aiutarla” disse Alfred.
Evitando di scendere troppo nei particolari, raccontò brevemente alla vecchia Marie la storia di Maya e della sua famiglia e vide accendersi negli occhi della vecchia, ormai resi opachi dalla cataratta, una luce di interesse quale da tempo probabilmente non trovava più.
Dopo aver ascoltato assorta il discorso di Alfred, Marie rimase un po’ in silenzio, immersa nei propri pensieri, poi disse:
“Ho sentito parlare di qualcosa del genere, tanto tempo fa, saranno passati otto o nove anni all’incirca, potrei sbagliare ma non di molto…” Alfred rimase profondamente colpito dal fatto che la memoria della donna fosse ancora così lucida,nonostante l’età avanzata. I tempi del ricordo cui accennava corrispondevano perfettamente alla storia che Maya aveva raccontato a spizzichi e bocconi.
“Dite, Marie, cosa ne sapete?” la incalzò Alfred.
“Ecco, mi ricordo qualcosa che risale a circa nove anni fa, era autunno, quasi inverno forse. Giù a Serrat, nel fondovalle, si era parlato della storia di un industriale della zona, titolare di un cotonificio mi pare, un tizio anche benestante, pareva che gli affari gli andassero molto bene, ma si diceva che avesse avuto un tracollo familiare gravissimo. Pare che la moglie fosse d’improvviso scomparsa di casa. Una bella sera era sparita e nessuno ne aveva più saputo niente La gendarmeria aveva indagato per mesi, perché lui era uno in vista, uno che conta, non so se mi spiego, uno della cerchia del sindaco e da parroco, capito? Se succedeva a un poveraccio come te non si sarebbero neanche presi l’incomodo…Ma i giornali del posto se ne erano occupati e scrivevano pagine su pagine, tiravano su un polverone…sai la storia faceva scalpore: si trattava di una giovane donna privilegiata con una bambina piccola, di due o tre anni forse. Apparentemente la famiglia faceva una vita assolutamente serena e felice, non mancavano di agio, anzi vivevano quasi nel lusso, avevano personale di servizio, non so se mi spiego, non solo una domestica, ma cuoco, giardiniere, cameriere, la governante…” disse Marie. Di nuovo Alfred osservò con ammirazione con quanta precisione la donna sapesse ricordare eventi così lontani nel tempo.
“La gente diceva che quell’uomo era talmente disperato che avrebbe cercato la moglie in lungo e in largo per tutta la Francia. E in effetti così era successo: un bel giorno aveva lasciato la bambina a casa da sola con la governante ed era partito per la sua ricerca; la donna se ne era occupata come se fosse figlia sua per diversi mesi, finché un giorno egli tornò, ancora più prostrato e affranto, senza nulla in mano: della moglie non aveva trovato la minima traccia. Da allora, egli non era più stato quello di prima. Comunque era… sì, mi pare proprio fosse a Serrat, non vorrei sbagliare ma credo fosse lì che era successo” concluse la donna “questo è tutto quello che ricordo, spero di esservi stata utile” disse ad Alfred, il quale, alzandosi la ringraziò e le porse i biscotti e il mazzo di fiori che aveva portato per lei, suscitando la nascita di un sorriso sul volto dell’anziana signora, che ne distese le rughe intorno agli occhi e alla bocca.
“Altroché!” le rispose “altroché se mi siete stata utile! E più che a me siete stata di grande aiuto alla ragazzina in questione. Ora spero, con queste informazioni, di riuscire a fare qualcosa per lei'”
” Te lo auguro di cuore, ma fa’ attenzione a non immischiarti in faccende più grandi di te, pastore!” rispose Marie “e grazie per i biscotti e i fiori, torna quando vuoi e porta anche la ragazzina, come hai detto che si chiama?”
“Non l’ho detto” concluse Alfred, congedandosi.
“Se non erro, la bambina aveva uno strano nome, quasi esotico…addio Alfred” lo salutò Marie.
“Tornerò a trovarvi…” ricambiò Alfred, rimettendosi il cappello e uscendo dalla misera stanza; sapeva come muoversi ora.
In quel cotonificio ci aveva lavorato suo padre, tanti anni prima, e anche lui stesso nei pomeriggi, quando era poco più di un ragazzo e andava a scuola a Serrat, negli anni prima della guerra. Lui e i suoi fratelli più giovani abitavano lì, in una delle case per gli operai che il proprietario della fabbrica aveva fatto costruire nei pressi dei capannoni industriali, in modo che i lavoratori e le loro famiglie vivessero decorosamente e vicino al luogo di lavoro. Un piccolo villaggio di case tutte uguali, con un poco di giardino sul davanti e un fazzoletto di terra sul retro per farci l’orto, da coltivare con cura finito il turno in fabbrica. Stavano bene col poco che avevano, ma poi era arrivata la guerra e Alfred aveva lasciato casa e famiglia per arruolarsi; al suo rientro, aveva trovato il villaggio semidistrutto, i genitori morti, i fratelli si erano rifugiati presso un lontano parente, in Svizzera perche’ si salvassero e non aveva mai più avuto loro notizie. Stremato nel corpo e nello spirito da quegli anni disumani, Alfred aveva scelto le montagne: con un piccolo gregge si era allontanato da tutto e da tutti; la città non era più luogo per lui, gli esseri umani che le abitavano avevano dato il peggio di sé sui campi di battaglia o, peggio, dietro le scrivanie e lui non aveva nessuna voglia di vedersene intorno.
Cercando di allontanare quei foschi ricordi, il pastore decise di fare un po’ di festa con Maya tornando a casa, così prima di lasciare il paese fece acquisti e comperò diverse cose buone per cena. Pane bianco, formaggi, conserve, un dolce; prese anche una bottiglia di scotch: non se lo concedeva da tanto tempo, dopo che aveva smesso di bere anni prima, terrorizzato dagli effetti negativi che quelle sostanze avevano su di lui quando ne abusava. “Suvvia” si disse”un bicchierino non potrà fare danni, starò molto attento ma mi ci vuole proprio.”
Quando lo vide tornare, Maya fu così contenta di tutte quelle sorprese che quasi le scoppiò il cuore; la sera cenarono con le cose che Alfred aveva comprato e ad entrambi sembro’ un vero banchetto; dopo cena egli si accomodò sulla panca in giardino sorseggiando il suo scotch e per la prima volta dopo tanto tempo provo’ un senso di vitalità inaspettata: avvertiva nel petto e nel ventre una voglia di vivere e di fare che da anni non conosceva. La sua mente era attiva più che mai: l’arrivo di Maya gli aveva dato una scossa degna di un terremoto e un motivo nuovo per vivere.
“Non tutto il male viene per nuocere” penso’ “in fondo, questa sarà solo una parentesi e quando questa storia sarà finita tornerò al mio grigio tran tran quotidiano che mi fa star tanto bene”.
Capitolo sesto
La mattina seguente, al suo risveglio, Alfred pensò che le sue pecore erano state con Andreas anche troppo tempo, così svegliò di buon’ora anche Maya e le disse: “Vieni con me, stamani faremo una bella passeggiata e andremo a riprendere il nostro gregge”.
“Che bello!! una gita in alta montagna” disse la bambina allegra, saltando giù dal letto. “Bell’eta’” pensò il pastore “a te non serve certo mezz’ora per rimetterti in piedi…”
“Metterò i miei vecchi vestiti, non voglio che questi nuovi si sciupino subito” parlottava fra sé e sé Maya, mentre si pettinava davanti al minuscolo specchio crepato e macchiato dal tempo, che aveva trovato nella baita. Dopo colazione si prepararono: misero in una bisaccia del pane e del formaggio per pranzo, aggiunsero anche qualcosa di buono per Andreas che li aveva aiutati in quel periodo occupandosi delle pecore, poi si avviarono. La bambina saltellava lungo il percorso, allegra e felice, seguita da Tom, che non vedeva l’ora di giocare con lei. Il pastore scosse la testa: “Sempre a fare i matti voi due, vi stancherete molto presto e mi rallenterete il passo” borbottò. “Suvvia Alfred, non essere sempre così burbero” rispose Maya ridacchiando. “Era ora che tornasse a sorridere” penso tra sé e sé Alfred. I primi giorni che aveva avuto la bambina con se’ l’aveva vista spenta, come mai avrebbe voluto vedere alcun ragazzo di quell’età, ma ora i suoi occhi tornavano ad illuminarsi di vitalità. Andreas lì raggiunse poco più avanti: aveva portato le greggi al pascolo basso e le pecore brucavano pacifiche in mezzo al prato. Tom inizio’ ad abbaiare radunando le pecore, mentre Maya si avvicinò agli agnellini più piccoli, accarezzandoli e coccolandoli come se fossero i suoi bambolotti. Andreas e Alfred si misero sotto un albero a riposare, osservando gli altri che scorrazzavano per il prato: la bambina e gli animali sembravano perfettamente a loro agio fra loro e formavano un gruppo molto ben assortito.
“Che hai fatto di bello in città vecchio mio?” Chiese Andreas, con tono curioso.
“Qualche spesuccia…”accennò vago Alfred. “E dai vecchio, a chi credi di raccontarla? E chi è questa ragazzetta tutt’ossa che ti porti appresso eh?” se ne uscì con franchezza il giovane “non me la conti giusta, hai scoperto di avere una figlia segreta?”
Alfred stette zitto per un po’, incerto se mantenersi sulle sue o se Andreas non potesse, e in fondo non meritasse, di essere messo a parte di quella storia: in fondo loro due si conoscevano profondamente e da tempo; sulla riservatezza di Andreas,Alfred avrebbe potuto mettere entrambe le mani sul fuoco e di lui si fidava ciecamente. Lo stesso, era certo, provava il ragazzo. Il loro era un rapporto schietto, grezzo nei modi forse, ma intenso nella profondità del legame. Giovane e vecchio, riservati, quasi chiusi al resto del mondo, ammettevano nelle loro vite pochissime persone, e anche verso quelle mantenevano sempre un fondo di diffidenza, quasi a proteggersi.
“E va bene, Andreas, ti racconto. Lei è Maya, l’ho vista solo nel bosco qualche settimana fa, era ferita e affamata, in fuga. Sto cercando di aiutarla ma non è semplice, lei scappa da suo padre e la madre è scomparsa da tempo, la storia è misteriosa e non ne parla granché. Sono stato in paese con la scusa di comperarle qualche abito nuovo, dato che i suoi erano sdruciti, e ho raccolto qualche informazione, anche grazie alla vecchia Marie. Ho fatto qualche passo avanti ma è complicato…”
“Stupefacente amico mio, tutto ciò è molto bello da parte tua, non me lo sarei proprio aspettato…” affermò pensoso Andreas, dopo averci riflettuto su per un po’. “Perché non l’hai semplicemente affidata ai gendarmi giù in paese? Il capitano è un brav’uomo,se ne sarebbe occupato e tu saresti stato libero…”.
“Vedi Andreas, ci avevo pensato” rispose Alfred” ma loro l’avrebbero semplicemente riportata a casa sua, da dove lei scappa perché è infelice: dal poco che so, questa ragazzina ha una storia molto difficile alle spalle di sé e l’aiuto di cui ha bisogno è ben diverso…e se il padre la maltrattasse?” Proseguì Alfred “È difficile e scomodo, ma mi è capitato e quindi in qualche modo bisognerà pensare di risolvere”.
“E come pensi di fare, tu che sei un pastore di montagna? Non fraintendere, vecchio mio, ma per queste cose bisogna saperci fare, credo…”
“Non preoccuparti, amico mio, non è che stara’ con me per sempre”
“Certo, non puoi mica farle da padre, vecchio come sei…” commentò Andreas; i due uomini tacquero per un po’, osservando la ragazzina giocare con il cane e le pecore. Entrambi pensavano a come la vita d’improvviso può sorprenderti e mandare all’aria tutto quello che avevi così faticosamente costruito, come un violento temporale estivo può scoperchiare case, sradicare alberi secolari, finanche provocare valanghe. Beata inconsapevole giovinezza…ma forse quella di Maya poi così beata non era.
” …vecchio come sei…” le parole di Andreas risuonavano spiacevolmente nella mente di Alfred e si ripetevano, come un’eco beffarda.
Alfred in effetti appariva più vecchio di quanto non fosse; da anni non aveva più prestato attenzione al proprio aspetto, in fondo per chi avrebbe dovuto farlo? Da quando aveva perso le tracce di Marianne, nulla aveva più aveva avuto senso.
Marianne… Alfred scacciò immediatamente il pensiero dalla propria mente, avvertendo una fitta di dolore nel petto.
Si era sentito offeso per le parole del ragazzo, pur sapendo che aveva ragione; in breve, tuttavia, l’affetto che lo legava al giovane prevalse ed ammise candidamente: “Effettivamente potrei solo farle da nonno …”, dopodiché entrambi scoppiarono in una risata riparatoria.
Alfred e Andreas rimasero osservare la bambina che giocava con gli animali, serena e tranquilla nel prato: a vederla così allegra era difficile pensare che alle sue spalle avesse una storia tanto difficile.
D’un tratto Alfred buttò lì una proposta: “Andreas, sentimi bene: che ne pensi di far fare a Maya una piccola vacanza qui da te? Si tratterebbe di qualche giorno, nel frattempo io ho intenzione di recarmi a Serrat per vedere se riesco a ricostruire qualche altro pezzo di questo puzzle.”
“Perché no? Ci divertiremo”rispose Andreas, prontamente disponibile.”Proponiamoglielo subito”: così chiamarono la bambina accanto a loro con la scusa di una merenda e le proposero il loro progetto, con la scusa di alcune pratiche che Alfred doveva sbrigare in città. La bambina sgranò gli occhi per la felicità: non le sembrava vero di poter passare qualche giorno con il giovane, che le era stato sin da subito tanto simpatico, a contatto tutto il giorno con gli animali e la natura.
“È meraviglioso! Grazie Andreas! Grazie Alfred! Siete i miei migliori amici!”
Fu così deciso: la settimana seguente Maya avrebbe trascorso le sue giornate con Andreas, mentre ufficialmente Alfred si sarebbe recato in città per affari.
Nei giorni seguenti Maya si dedicò a preparare le sue poche cose per prepararsi per andare da Andreas, piena di entusiasmo gironzolava canticchiando: vederla così allegra apriva il cuore ad Alfred, ma nello stesso tempo non poteva fare a meno di struggersi, al pensiero di che cosa dovesse aver passato a casa sua per indurla a scappare in quel modo.
Come stabilito, il lunedì mattina Alfred e Maya si misero in viaggio per raggiungere la baita di Andreas; dopo una breve camminata raggiunsero l’amico a cui Alfred affidò la bambina: i due si salutarono con un lungo abbraccio e con la promessa di rivedersi dopo qualche giorno, poi il pastore si voltò e si avviò lungo il sentiero, pronto a proseguire nella sua personale indagine.
Tornato a casa, preparo’ velocemente una valigia, con pochi effetti personali, lo stretto necessario per pochi giorni, poiscese in paese e prese il primo treno diretto a Serrat.
Il viaggio durò poco più di un’ora: una volta arrivato, trovò una piccola pensione dove alloggiare, un alloggio semplice, di poche pretese; dopo aver consumato un pasto frugale, uscì e passeggiò per i dintorni: aveva infatti deciso di dedicare il primo giorno ad ambientarsi alla nuova città, al nuovo albergo e al nuovo stile di vita, cui avrebbe dovuto adattarsi nei giorni seguenti. La sera ceno’ nella sala da pranzo della piccola pensione, insieme a pochi altri ospiti, in un’atmosfera tranquilla e casalinga. Scelse un tavolo in disparte: non aveva nessuna voglia di chiacchiere di circostanza, ma apprezzo’ molto il pasto ben curato benché semplice. Dopo cena passò una mezz’ora nel salotto, dove, seduto comodamente su di una poltrona, si rilassò un poco, per la prima volta da tempo. Accanto al camino notò un portagiornali, che conteneva edizioni locali di riviste degli ultimi sei mesi e, incuriosito, si mise a sfogliarle; passò una ad una le prime pagine del quotidiano locale e, preso in mano quello di circa due settimane prima, si imbatté proprio nelle notizia della scomparsa della figlia del famoso proprietario del cotonificio cittadino, il signor Antoine De Mule’: il giornale riportava della improvvisa mancanza da casa della bambina nella serata del venerdì quattordici settembre, proprio pochi giorni prima che Alfred trovasse Maya nel bosco. Ecco! L’aveva trovata, era proprio lei! Ora l’uomo aveva finalmente una base solida per partire nelle sue indagini. Giustamente soddisfatto dei risultati di quella prima giornata, Alfred decise di andare a dormire.
La mattina seguente Alfred si alzò di buon’ora e, dopo colazione, decise di passeggiare per la piccola città di Serrat alla ricerca di ulteriori informazioni; per la verità, egli stesso non sapeva bene che cosa cercare o che cosa aspettarsi da questa ricerca: era allo stesso tempo mosso da un istinto profondo nel proseguire la sua indagine e seccato per essersi lasciato coinvolgere in quella avventura. In fondo, però, per quanto combattuto, l’uomo avvertiva una incoercibile spinta interiore che lo costringeva ad aiutare la bambina, verso la quale sentiva un forte istinto di protezione, che da tanto tempo non aveva più sperimentato.
Mentre camminava lentamente senza meta per le vie di Serrat, realizzo’ che non sapeva nulla della persona che stava cercando e, in fondo, era quello il vero mistero da cui doveva iniziare la sua ricerca: che fine aveva fatto la madre di Maya? Nella mente del pastore iniziava a delinearsi un piano d’azione: a poco a poco, quasi senza che se ne rendesse conto, Alfred capì che innanzitutto doveva scoprire che cosa era successo alla donna, per dare a Maya le risposte di cui aveva bisogno per poter tornare a casa e riprendere più serenamente la sua vita col padre. Solo quando questo fosse successo lui avrebbe potuto tornare alla sua vita di sempre. Ma da dove iniziare?
Riflettendo, gli parve una buona idea cominciare ad investigare nelle boutique della città, presso le quali si servivano abitualmente le signore benestanti; era cosa comune che le commesse di sartoria avessero buona memoria riguardo le clienti abituali, e non solo riguardo preferenze di colori e modelli o di taglie, ma anche riguardo i pettegolezzi di cui le dame erano oggetto.
Passeggiando per le vie del centro, fu attratto dalla vetrina di una boutique di cappelli, cappelli e guanti per signora che si trovava proprio nella piazza centrale della città, così decise di entrare. Quando apri’ la porta del negozio, il campanello tintinno’, richiamando immediatamente l’attenzione della commessa che si trovava al bancone, intenta a riporre una serie di articoli che evidentemente aveva mostrato a qualche cliente. “Buongiorno signore, posso fare qualcosa per lei?” chiese la ragazza ” immagini di sì, certo… voglio fare un regalo a mia moglie: voglio regalarle un cappello e dei guanti, solo che lei è un po’, ecco, particolare e mi ha fatto una richiesta davvero stramba, pertanto spero che lei possa aiutarmi, anche se non ne sono certo, lei è così giovane…” La giovane arrossì in viso e rispose, imbarazzata:”oh, signore, lei è fin troppo gentile! Io non sono poi così giovane, lavoro in questo negozio da più di quindici anni” “oh, buon per me! allora forse lei ricorderà una vecchia conoscente di mia moglie ecco…Mia moglie, vede, mi ha chiesto un cappello proprio come quello che era solito indossare lei, solo che lei non ricorda più quasi niente e, beh, lei si agita sa, ogni tanto…e inizia a parlare di lei, della moglie del proprietario del cotonificio…lei non sa più nemmeno come si chiamava la sua amica, povera cara, ha perso così tanti ricordi ormai…e da quando la sua amica, poverina, è scomparsa diversi anni fa, mia moglie ha sofferto così tanto che la sua mente non è più stata la stessa… Mia moglie ancora oggi, tuttavia, la ricorda e racconta sempre la stessa storia: quest’anno le è venuto in mente e per il nostro anniversario e chiesto proprio un cappello dei guanti come quelli della sua amica ed io vorrei tanto accontentarla…” Alfred aveva recitato alla perfezione la parte del marito affranto e la commessa c’era cascata in pieno.
“Oh signore, lei è tanto gentile ad essere così premuroso verso la sua signora: è proprio una donna fortunata, pur se sventurata nella salute, certo… Io penso di poterle essere d’aiuto, però, vede, perché anche se ero molto giovane a quel tempo ed ero ancora solo un’apprendista, ricordo ancora molto bene la signora De Mule’: si serviva da noi molto frequentemente e aveva ottimi gusti perciò io ricordo bene il tipo di guanti e di cappelli che usava…gliene prendo qualcuno, così, giusto ad esempio.”
Alfred aveva fatto centro: quello era proprio uno dei negozi abituali della madre di Maya! Quando la giovane tornò, finse di interessarsi per alcuni minuti ai cappellini eleganti ed ai guanti, poi ne scelse un paio che potessero andar bene come dono per la figlia di Gunther per quando avesse partorito: in fondo, rimaneva comunque un uomo di forte senso pratico e non voleva buttare via del denaro.
“Cara ragazza, lei ha proprio azzeccato! ricorda altro della signora …De Mule’, ha detto che si chiamava così? mi piacerebbe portare a mia moglie anche una sua descrizione e qualche notizia, nel tentativo di recuperare almeno qualcosa dei suoi ricordi, che stanno svanendo così velocemente”
“Sì certo, me la ricordo benissimo! era una bellissima donna, snella, alta, un fisico molto aggraziato, occhi azzurri e lunghi capelli biondi con riccioli dai riflessi dorati. Aveva una bambina piccola di due o tre anni non di più, che le somigliava moltissimo. Purtroppo poi non se n’è più saputo niente, dopo che è scomparsa misteriosamente una sera di circa otto o nove anni fa; ne parlò tutto il paese per un sacco di tempo, ma nessuno riuscì più a scoprire dov’è mai fosse finita …povera bambina era così piccola …ed ora … ” Alfred, pronto, non si lasciò sfuggire l’occasione:
“Ed ora cosa? perché? Non sarà successo qualcos’altro a quella povera donna …povera famiglia…”
“Purtroppo è scomparsa anche la piccola circa un paio di settimane fa. Quel pover’uomo di suo padre non si dà pace: è rimasto completamente solo ed è crollato dal dolore, hanno dovuto chiamare il medico e pare non mangi nulla e non si alzi dal letto da giorni, poverino … temo che impazzirà’: nessuno può sopportare un simile dolore due volte nella vita.”
“Come! Sparita anche la bambina?” Esclamò Alfred, fingendo di non sapere nulla “ma non è possibile! E nessuno si è accorto di nulla? Nessuno ricorda nulla di particolare riguardo queste due sparizioni? È ben strano! Ho la sensazione che qualsiasi dettaglio potrebbe essere utile a ritrovarle. Naturalmente sono parole così, dette per dire… io non sono nessuno, non sono un poliziotto e non mi occupo di queste cose ma la signora era tanto amica di mia moglie, che mi piacerebbe poter essere utile questa famiglia… “
“lei è un uomo veramente generoso! Io non ricordo molto, ma quando è scomparsa la bambina ho osservato che c’era qualcosa di molto simile a quando era scomparsa la madre: una strana, stupidissima sicuramente, ma una strana coincidenza “
“quale coincidenza? a cosa si riferisce?” chiese “Le giostre!” disse la ragazza:” in entrambi i casi in zona c’erano le giostre…”
D’un tratto cadde un silenzio pieno di aspettative nella piccola stanza, poi Alfred, con fare un po’ imbarazzato, tossicchio’ e si schiarì la voce, poi disse: “certo, strano …comunque, torniamo a noi, le ho rubato anche troppo tempo: compro questi.” Concluse, riferendosi a un paio di guanti di camoscio e ad un morbido cappello in feltro “sono certo che staranno benissimo a mia moglie, la ringrazio molto signorina, lei è stata molto gentile! Quant’è?”
” Venticinque franchi in tutto signore” rispose la giovane, arrossendo di nuovo e pensando che la sua osservazione sulle giostre doveva essere apparsa molto sciocca al cliente.
“buona giornata, signore”
“Buona giornata a lei, mia cara, è stata davvero gentilissima. A proposito, qual’era il nome della signora De Mule’ , se posso usare un’ultima domanda?”.
“Marianne. Marianne De Mule’ “
Con il suo pacco regalo fra le mani e mille dubbi che turbinavano nella sua mente e nel cuore, Alfred fece ritorno alla pensione dove aveva preso alloggio, si chiuse in camera e medito’ per tutto il pomeriggio su quella strana situazione: in che modo c’entravano le giostre? E chi era davvero Marianne De Mule’? Possibile…. possibile?
No, non era possibile.
Capitolo settimo
Il giorno seguente, Alfred decise di tornare a casa: d’un tratto gli era chiaro quale dovesse essere il passo successivo nella sua indagine: avrebbe portato Maya alle giostre.
Contrariamente a quanto qualsiasi logica avrebbe potuto far pensare, dopo tantissimi anni, e contro qualunque sua benché minima disposizione d’animo, egli avrebbe rimesso piede in una fiera. Nonostante il fastidio che ciò gli provocava, era certo che in qualche modo ne avrebbe tratto vantaggio.
Durante il viaggio di ritorno, l’uomo meditava su dove lo stesse portando quell’avventura: si chiedeva se sarebbe mai riuscito a riportare Maya alla sua famiglia, ma soprattutto si domandava se questa fosse la cosa giusta da fare. In fondo Maya era fuggita, aveva dato un chiaro segnale di non voler vivere la vita che le si prospettava in casa, una dimora che per lei rappresentava un luogo di sofferenza, un tempio di dolorosi ricordi e un luogo di privazione, greve com’era di mancanza d’affetto. In fondo al cuore, Alfred si chiedeva se avesse diritto di interferire nella vita della bambina in quel modo o se invece non avrebbe fatto meglio a portarla alle autorità cittadine, che avrebbero seguito dei protocolli sicuramente più standardizzati e comprovati. Nella sua mente Alfred cominciava a dubitare delle sue capacità e dell’esito di quell’avventura, ma c’era qualcosa di potente in lui che lo spingeva a non desistere. Rimembranze di un’antica vita che aveva sepolto sotto strati e strati di indifferenza, nel tentativo di rimuovere il dolore ad esse connesso, ora tornavano bruscamente vivide, immanenti all’attimo presente, violente ondate che, una dopo l’altra, sferzavano la placida e piatta spiaggia, di cui negli anni aveva fatto la sua vita. opo ondata come un mare che si preparava alla tempesta. Il cuore, che era stato quieto, quasi assopito per anni, ora batteva veloce, di nuovo in subbuglio, e anche questa volta c’era di mezzo una ragazza.
Fermo, in piedi sulla banchina della stazione, in attesa del treno che lo avrebbe riportato in paese, Alfred d’improvviso ritrovò se stesso, in quella stessa, identica posizione, ma con circa quindici anni di meno; indossava una divisa militare, un berretto e degli occhiali da sole, in una mano una valigia con poche cose, l’altro braccio, quello libero, era appeso al collo con una fascia. All’affacciarsi di quei ricordi, il cuore di Alfred accelerò bruscamente e dovette concentrarsi, chiudere gli occhi e respirare profondamente per calmarsi. Le immagini di quell’antica giornata e di quegli anni ormai trascorsi riaffiorarono, violenti come me un getto d’acqua da un geyser e sudori freddi lo pervasero, le membra scosse da violenti tremiti, quasi fosse colto da un attacco di febbre. L’Alfred di oggi quasi non ricordava più chi era stato quel giovane: da tanto tempo si era imposto di non ripensare al passato, ai suoi anni di gioventù, alle sue missioni segrete nell’esercito, e naturalmente a lei. Marianne.
Alfred avvertì una fitta profonda nel cuore, il dolore si era fatto tremendo. Possibile? No! Certo che no! Non poteva essere la stessa donna. Non poteva trattarsi della sua Marianne.
In tempi di gioventù Alfred era stato un giovane molto intraprendente: conclusi gli studi scientifici universitari alla facoltà di matematica, aveva lavorato un po’ come insegnante e portato avanti la sua passione; la crittografia. Poi, nubi grevi avevano oscurato un mondo fino ad allora tranquillo, venti di guerra si erano sollevati e anche il suo paese era entrato nel conflitto, portando terrore e disperazione nelle case del popolo. Egli, animato dallo spavaldo coraggio e dall’eroico quanto incosciente spirito patriottico dei giovani, poco più che venticinquenne, si era arruolato. Nell’arco del primo anno, le sue capacità deduttive erano state rapidamente notate dai suoi superiori, che ne avevano colto le enormi potenzialità e avevano deciso di fare di lui un agente segreto. Il volto anonimo, l’agilità felina nel muoversi, il carattere schivo, l’estrema capacità osservazionale e l’infinita capacità logico-deduttiva e di calcolo ne facevano una spia perfetta. Per diverso tempo Alfred era stato un uomo chiave dell’esercito, contribuendo a sventare attentati e portando a termine missioni spericolate che, altrimenti, avrebbero falcidiato centinaia di giovani vite sul campo di battaglia. Le sue osservazioni e i suoi rapporti erano stati più e più volte volte di enorme importanza. Poi, dopo quattro anni e mezzo, era stato ferito da un colpo di mitraglietta e aveva dovuto fermarsi. Sofferente, febbricitante e con il rischio di perdere il braccio sinistro, Alfred aveva vagato per alcune settimane fra un sonno innaturale e una veglia di dolore, inchiodato ad un letto d’ospedale, ma era giovane e forte e, poco a poco, si era ripreso. Il braccio sinistro però era rimasto debole, così gli era stato impedito di tornare in servizio, come avrebbe voluto. Costretto ad un riposo che lo faceva fremere di irrequietezza e scosso dal senso d’impotenza, era stato posto in licenza e, non sapendo dove andare, dato che la sua famiglia era stata distrutta dalla guerra, aveva accettato l’invito a trascorrere qualche giorno a casa di un amico, un compagno d’armi, un uomo semplice di nome Gunther, che lo aveva ospitato nella casa della sua famiglia, in un piccolo paese non distante dalla città di Serrat. Era lì che aveva conosciuto Marianne. Ella era una giovane donna di rara bellezza, riccioli biondi e occhi verdi, profondi, elegante per natura, dal temperamento allegro, socievole e dolcissimo: l’esatto opposto di Alfred. L’aveva conosciuta nella taverna della città dove lavorava come cameriera e la sua voce, la sua risata argentina, avevano rapidamente fatto breccia nel cuore del soldato; il suo sorriso si era aperto un varco nell’anima del giovane, reso ombroso dalla durezza delle esperienze vissute, che non si sarebbe mai più richiuso. Dopo qualche tempo, anche la giovane donna, aveva dimostrato di provare simpatia per lui così, una sera, raccogliendo tutto il coraggio di cui disponeva e riflettendo che gliene serviva molto di più In quell’occasione che in battaglia, Alfred invito’ Marianne a passeggiare con lui dopo il lavoro. La ragazza aveva accettato l di buon grado, così il giovane, poco avvezzo a questione di cuore e più a suo agio coi numeri, era stato travolto dall’emozione. Si preparo’ per bene e acquistò un mazzo di fiori per lei: rose bianche e velo da sposa racchiusi in un elegante bouquet, ornato da un nastro rosa. La serata trascorse in maniera dolce, scambiarono poche parole, paghi com’erano della reciproca vicinanza. Fra loro era scattato un sentimento spontaneo, già forte alla sua nascita: entrambi sentivano che il loro destino sarebbe stato quello di rimanere insieme per sempre. Trascorsero insieme tutto il tempo possibile in quel periodo e quando si lasciarono, sulla banchina della stessa stazione dove Alfred si trovava ora, quasi quindici anni dopo, si erano abbracciati a lungo promettendosi reciprocamente che quella guerra non li avrebbe mai separati. Trascorsero altri due anni, Alfred si divideva fra il fronte, da dove le scriveva struggenti lettere piene d’amore, e Serrat: non appena poteva tornava da lei. Ma poi…
Alfred avvertì un fischio e venne immediatamente riportato al presente: il treno stava arrivando al binario, sulla panchina un va e vieni di viaggiatori con le valigie e bambini per mano parlavano e camminavano concitatamente, pur di assicurarsi i posti migliori sul treno. Alfred si riscosse dai suoi pensieri, raccolse la sua valigia e sali’ sul treno, prendendo posto in una cabina per fumatori.
Il viaggio gli parve monotono e Alfred cerco’ di concentrarsi sulle sue prossime mosse, tentando di non pensare al suo passato e di cancellare il ricordo di Marianne: questo, ancora così vivo nella mente e nel cuore, gli provocava infatti un malessere profondo. Irritato per il ritorno di quei pensieri che da lungo tempo aveva faticosamente tentato di tenere lontani, Alfred rifletté che non si poteva scappare da sé stessi per sempre: prima o poi la verità doveva tornare a galla e lui si era illuso per troppo tempo di poterle sfuggire.
Sceso dal treno, per prima cosa fece un salto alla taverna di Gunther e lascio’ ad Hannah il pacco regalo per la figlia, coi guanti ed il cappello che aveva comperato.
Sorpresa, l’amica lo guardò con aria interrogativa: “Come mai questo regalo?” gli chiese; “Beh, che c’è, non si può fare un regalo ad una giovane donna che aspetta un bambino? Cosa c’è di tanto strano?” rispose brusco Alfred, imbarazzato: non era da lui mostrarsi gentile. O meglio, non lo era più da tanto tempo.
“Nulla, nulla, di certo… è che non me l’aspettavo proprio da te…” rispose Hannah, piacevolmente stupita dal gesto del tutto inatteso del vecchio amico di suo marito. Cogliendone, tuttavia, il malcelato disagio, mise un freno alla lingua, lo ringraziò e ripose il pacco regalo sotto il bancone, non potendo tuttavia fare a meno di pensare, che ultimamente c’era qualcosa di piuttosto strano nell’atteggiamento di Alfred da un po’ di tempo a quella parte, qualche cosa che proprio non le quadrava.
Cambiò discorso: “Mangi qualcosa?” gli chiese. “Ma sì… volentieri” rispose Alfred “cosa hai cucinato oggi?”
” Stufato con patate, il tuo preferito!” rispose Hannah
“E come si fa a resistere al tuo stufato con patate? mettici anche un boccale di buon vino e del pane e avrai fatto di me un uomo felice!” commento’ Alfred con tono più leggero.
“Si accomodi a quel tavolo, allora, mio signore, saro’ lieta di servirla” rispose ciarliera la donna, raccogliendo l’invito non detto a lasciare cadere la questione e recandosi in cucina.
Alfred si accomodò e, per la prima volta dopo un bel po’ di tempo, mangiò con gusto l’ottimo piatto che gli fu servito. Il cattivo umore e l’instabilità di quei giorni sparirono completamente davanti al meraviglioso piatto caldo che Hannah gli pose dinanzi, il pane ancora caldo di forno e il vino completarono l’opera.
Hannah era sempre stata un’ottima cuoca, rifletté, ma anche questo pensiero lo riportava al passato. Ultimamente pareva che tutto ciò che gli capitava fosse, in un modo o nell’altro, destinato a riportare a galla la sua vita passata, un tempo che egli aveva faticosamente cercato di dimenticare. Il gusto del primo cucchiaio di stufato l’aveva con immediatezza riportato indietro nel tempo a tanti anni prima, quando lui e Gunther, al termine della guerra, erano tornati a casa, prostrati nel corpo e nell’anima.
Gunther e Hannah, si erano fidanzati poco prima che scoppiasse l’inferno; non appena tornati, Gunther si era immediatamente recato a casa dell’amata, trascinandosi dietro l’amico. Dopo un abbraccio che sembrava non finire mai, Hannah, che in quegli anni era rimasta completamente sola avendo perso tutta la sua famiglia a causa delle battaglie, li invito’ immediatamente ad entrare e servi’ loro un piatto di stufato appena fatto, esattamente come quello che ora aveva davanti. I sapori ed i profumi erano gli stessi oggi come allora.
I tre giovani, a quel tempo, avevano trascorso lunghe giornate insieme, raccontandosi reciprocamente, condividendo il proprio doloroso vissuto della guerra e medicandosi le ferite di corpo e anima l’un con l’altro.
Hannah aveva perso i suoi tre fratelli e il padre nelle sanguinose battaglie che avevano insanguinato il paese in quei lunghi anni, la madre era morta sei mesi prima lasciandosi morire di crepacuore, la giovane donna era rimasta da sola ma non aveva mai perso la fiducia nel ritorno di Gunther ed ora eccolo lì, davanti a lei, dimagrito e ferito, ma vivo e tanto le bastava. Egli, da bravo soldato, raccontava con ardore le vicende del fronte, le battaglie e gli scontri: sembrava quasi un cavaliere dei tempi arturiani e lei lo guardava con occhi sognanti, immaginando un futuro di pace e sicurezza con lui. Quell’uomo alto, forte e robusto, sopravvissuto a tante tragedie, sarebbe stato per lei una sicurezza per sempre e quello sguardo pieno d’amore che lui le rivolgeva gliene ne dava la certezza. Alfred, invece, raccontò molto poco delle proprie esperienze di guerra, tanto da essere quasi scambiato per un codardo punto. “Ehi, non dici niente? te ne stavi sempre nelle retrovie tu, eh furbacchione??” commento’ Hannah, ma Alfred non raccolse la provocazione. “È che preferisco non parlarne, vorrei solo poter dimenticare tutto questo”, le rispose asciutto il giovane. Naturalmente delle sue missioni non avrebbe mai potuto far parola con nessuno, dato l’elevato grado di segretezza che avrebbe dovuto mantenere per sempre. “Non ce l’hai una ragazza da cui tornare?” gli chiese a un tratto Gunther, mentre lui è Alfred fumavano una sigaretta quella sera, fuori al buio. Anche su questo Alfred fece il misterioso. “Forse, chissà se mi avrà aspettato, bella com’era a quest’ora sarà sposata con un brav’uomo ricco e vivrà in una bella casa piena di marmocchi …”
“E dai, amico, non essere così pessimista… non sei mica poi tanto brutto! Se non t’avra’ aspettato vuol dire che non era degna di te, punto, e te ne troverai una migliore”
“Già, ma ora con questo braccio offeso, queste ferite in faccia non mi vorrà più nessuna.”
“E tu come fai a saperlo? Tu cercati una brava ragazza che si prenda cura di te, al massimo ti dirà di no, nel mondo ci sono tante ragazze in fondo”
“Alfred, ti porto ancora qualcosa?” la voce di Hannah lo riscosse dai suoi pensieri.
“Grazie Hannah, gradirei una tazza di caffè poi vado che il mio gregge mi aspetta”
Bevuto il caffè, Alfred si alzò, salutò Hannah e Gunther e riprese il cammino verso la baita; quando arrivo’, Maya e Tom gli fecero mille feste: il cane e la bambina gli saltellavano intorno, quasi scodinzolando entrambi per la gioia e tutto questo strappò un sorriso al pastore. Ritornare fra le sue montagne, nella sua baita e con il suo cane, nell’arco di poche ore gli riporto’ la pace che stava rischiando di perdere. Alfred si accese la pipa e dopo cena rimase seduto fuori dall’uscio osservando le volute di fumo che si alzavano argentee nel cielo. Poi d’un tratto chiamò Maya: “Vai a dormire, che domani ci alziamo presto.”
“Come ci alziamo presto, ma domani è domenica e sei appena tornato, devi riposare…e dai Alfred ma non ti stanchi mai tu? Cosa dobbiamo fare tanto presto domani?” Domandò la bambina, curiosa.
“Oh beh…se non vuoi alzarti sei tu che ci perdi, avevo in mente una sorpresa per te… “
“Come una sorpresa? Per me? Parli sul serio?” La bambina lo bombardava di domande.
“Parlo sul serio, sì, ti porto alle giostre”
“Alle giostre?? Veramente?? Evviva!!!”
Era deciso.
Capitolo ottavo
Maya dormì pochissimo quella notte, tanto era emozionata! La mattina dopo non stava più nella pelle per l’allegria: le giostre erano un posto fantastico: giochi, dolciumi, musica, divertimento… la sua fantasia volava, ma in realtà ne aveva soltanto un lontano ricordo, che risaliva proprio all’anno in cui sua madre era scomparsa; qualche giorno prima del tragico evento, lei e i suoi genitori avevano trascorso un lieto pomeriggio tutti insieme alla fiera: i suoi erano felici e l’avevano colmata di attenzioni. Per la ragazzina si trattava forse del più bel giorno che fosse in grado di ricordare, poi il buio aveva inghiottito tutto. Ma, ora, era esattamente quello che le ci voleva dopo quel brutto periodo e lei si sentiva estremamente grata nei confronti di Alfred per quella meravigliosa opportunità. Appena sveglia corse immediatamente a prepararsi: mise il vestito più bello, si pettinò i capelli e li raccolse in una coda di cavallo, legata con fiocco di raso giallo intonato all’abito che Alfred le aveva comperato. Presto, il pastore, la ragazzina e il vecchio Tom si avviarono verso il paese; quando giunsero nei pressi della fiera, si sentivano già la musica e il profumo dello zucchero filato che aleggiavano nell’aria fresca: Maya aveva gli occhi spalancati e continuava a chiacchierare, entusiasta di tutto ciò che vedeva; Alfred, invece, cercava di mantenere sotto controllo l’ansia che posti come quello da sempre gli mettevano e, motivato dalla ricerca di informazioni per la sua indagine, stava allerta, lo sguardo attento.
“Alfred vieni un po’ sulla giostra con me?”
“No, no, grazie mia cara” le rispose lui “Io sono vecchio, soffro di cervicale, mi verrà sicuramente un capogiro se salgo su uno di quegli affari infernali, salici pure tu, che poi ti porto a prendere uno zucchero filato e una frittella!”
Aspettando che la ragazza scendesse dalla giostra, Alfred rifletté che quella per lei doveva essere un’occasione di svago come non mai! Divertirsi ed essere felice come gli altri ragazzi: le ci voleva proprio dopo tutti quegli anni in cui la sua vita doveva essere stata molto diversa da quella che una bambina di quell’età si meritava.
Girando di giostra in giostra, Alfred si guardava intorno: non sapendo esattamente cosa cercare, osservava le persone che gironzolavano allegre: non che si fosse concretamente aspettato un qualsivoglia risultato, ma doveva confessare a se stesso che un minimo di aspettative da quella visita le aveva avute. Nulla gli sembrava meritevole di particolare attenzione e stava già iniziando a pentirsi di quell’idea balzana, quando, mentre era in piedi accanto alla biglietteria aspettando che la bambina scendesse dalla giostra coi cavalli, infastidito dalla musica assordante, si accorse che qualcuno lo stava chiamando.
“Non ci posso credere! Capitano!” All’inizio Alfred non aveva compreso che si stavano rivolgendo proprio a lui, ma poi udì nuovamente la voce, ora più vicina, che chiamava:”Capitano Moreau! Signore! Sottotenente Coletti a rapporto, signore!”
Sorpreso nel sentire quel nome, Alfred si voltò e si trovò davanti un essere strano, magro, quasi consunto, il naso affilato, le guance scavate ricoperte di una barba rossa lunga e divisa in basso sotto il mento in due parti che terminavano a punta. Indossava una divisa, un berretto e stivali militari. Alfred lo guardò dritto negli occhi e non poté non riconoscere lo sguardo luminoso, pur seminascosto dalla tesa del berretto, e il sorriso spavaldo del vecchio amico.
“Capitano! Sono io, Antonio, sono io! Ma come, non si ricorda più del vecchio Coletti?!”
“Antonio! Antonio Coletti! Sei proprio tu!! Ma certo che mi ricordo di te, come potrei dimenticare un pazzo sconsiderato come te!” esclamò Alfred, abbracciandolo calorosamente.
Antonio Coletti era un suo vecchio compagno d’armi; ai tempi della guerra Alfred era stato per un certo periodo a comando di una piccola unità, con la quale avevano compiuto diverse operazioni sotto copertura. Coletti era uno dei suoi soldati più affezionati, coraggiosi e intrepidi: un giovane ragazzo di origini italiane, che non vedeva il pericolo nemmeno quando era scritto a chiare lettere davanti a lui, non lo temeva, anzi ci si buttava a capofitto e solitamente era pure fortunato, in grado di uscire indenne e vincitore anche dalle situazioni più pericolose, con un sorriso indimenticabile stampato in volto. Ora appariva smagrito e invecchiato, ma lo sguardo e il sorriso erano sempre quelli. Ad Alfred si aprì Il cuore nel vedere il vecchio compagno d’armi e lo abbracciò forte.
“Amico mio! Amico mio!” Esclamò commosso ed emozionato “come stai? cosa ci fai qua? e come ti sei conciato eh? Coletti! Sono proprio contento di vederti!”
“Non lo dica a me, capitano Moreau! A momenti mi veniva un infarto quando l’ho vista…beh ecco, ora faccio il giostraio e come può ben immaginare mi occupo ancora di armi!”
” Ah davvero! Armi! E dimmi un po’: cosa faresti di preciso in questa gabbia di matti ?”
“Beh, io sono il grande Mangiafuoco e Mangiatore di coltelli e poi riparo le pistole e i fucili della bancarella del tirassegno…ma piuttosto che ci fa qui lei, capitano? Se ben ricordo è sempre stato alla larga da posti come questi! Che cosa la porta qui?”
“Sono con la mia…nipotina”
“Nipotina? Non sapevo che fosse diventato nonno! Congratulazioni!”rispose Coletti
“No, non sono suo nonno, è la figlia di una mia cugina alla lontana, in questi giorni è con me perché lei è all’ospedale e quindi volevo farla distrarre un po’.”
“Fa distrarre la nipotina…”commentò pensieroso Coletti, poi, dopo qualche istante, disse: “capitano, lei non me la racconta giusta.”
Proprio in quel momento la giostra si fermò e Maya uscì correndo ad abbracciare Alfred:
” Che bello! È divertentissimo, dovresti provare anche tu! Ma adesso mi è venuta una gran fame: possiamo andare a mangiare qualcosa?”
Ma che nipotina…ad Antonio Coletti non sfuggiva mai nulla: quella storia non stava in piedi e il capitano nascondeva qualcosa, ma di certo se lo faceva aveva le sue buone ragioni e lui sapeva stare al suo posto.
“Ma sì, te lo avevo promesso, andiamo.”
“Ehi capitano non mi presenti? Farò da me: ciao ragazza! mi presento: io sono Antonio Coletti un vecchio amico di tuo zio”; al soldato non sfuggì il fugace sguardo interrogativo di Maya verso il pastore e questo confermo’ i suoi sospetti.
” Vieni, vieni, capitano, vieni con me: ti porto io a mangiare e bere qualcosa di buono”disse Coletti e li condusse verso un tendone nel quale era stata allestita una sorta di taverna; il bancone all’interno era colmo di ogni ben di dio: dai dolciumi ai panini, dallo zucchero filato alle frittelle e alle bibite dolci.
“Vorrei una limonata fresca, posso?” Chiese Maya
“E anche una bella frittella per questa ragazzina, capitano, direi, no?”suggerì Coletti “Capitano, tu vieni con me che ti offro una bella birra fresca”
“Ottimo, mi ci vuole proprio!” Alfred accetto’ di buon grado l’invito del vecchio compagno d’armi e mentre i due sorseggiavano la loro bevanda Coletti cominciò a stuzzicarlo
“Zio eh? Sì, sì, ho capito capitano, e i conti non tornano: secondo me stai combinando qualcosa.”
“Non so di cosa parli, Coletti sono qua con una bambina di famiglia alle giostre, tutto qui. Cosa c’è di strano?”
“Capitano, capitano, ti conosco, ricordatelo. Tu detesti i posti dove c’è gente e non hai mai amato la compagnia dei ragazzini. C’è qualcosa sotto, che non mi stai raccontando, comunque sono affari tuoi e io sto al mio posto, però sai che se hai bisogno puoi contare su di me” “Dimmi piuttosto di te” ribatté Alfred, che come al solito parlava poco di sé ma sapeva indagare sugli altri “da quanto tempo sei con questi giostrai?” “Mah” rispose Coletti “saranno sette, otto anni più o meno; dopo la guerra ho fatto un po’ di lavoretti in giro, cose varie, ma non ero mai soddisfatto di nulla, girovagavo qua e là, bevevo molto…”
“Ti capisco” rispose il capitano “sono stati anni difficilissimi e anch’io per un periodo ho bevuto molto, ma puoi smettere”
“L’ho fatto, l’ho fatto…tutto grazie a questi zingari: all’inizio, quando arrivai qui, ero veramente un’anima persa e loro mi hanno accolto, facevo un po’ di manutenzione, poca roba; più che altro ero buttato di qua e di là in qualche modo ma piano piano ho iniziato a far parte della loro famiglia. Io che ero così scettico verso gli zingari ho dovuto ricredermi: mi hanno veramente salvato la vita e ora non potrei fare a meno di loro e loro di me. Saranno sette, otto anni …sì, più o meno” rispose Coletti.
“Allora forse tu potresti in effetti essermi ancora utile”pensò Alfred, fissando il boccale di birra.
“Cambiando argomento, ti ricordi di una donna scomparsa sette o otto anni fa circa nella zona di Serrat? Mi risulta che foste da quelle parti coi vostri marchingegni all’epoca”.
“Mmh, sì …una donna scomparsa a Serrat, sarà stato…sì, più o meno, sette otto anni fa, una donna giovane e ricca, mi ricordo di averne sentito parlare, naturalmente avevamo gendarmi dappertutto in fiera, ovviamente agli occhi di tutti era colpa degli zingari, ma non trovarono niente di niente. Bastardi, hanno buttato all’aria tutto, donne e bambini terrorizzati, il campo tutto sottosopra. Mi son dato un gran daffare per dare una mano, è stato così che sono entrato nel giro, hanno apprezzato il mio aiuto, loro…”
Il ricordo dei giorni di perquisizioni brutali era ancora molto vivo nella mente di Coletti e lo riempiva di rabbia e d’affetto insieme, l’una verso lo Stato, che una volta finita la guerra aveva dimenticato tutti i giovani soldati che avevano combattuto per la salvezza del paese non riconoscendo loro neppure un minimo di sostentamento per andare avanti, l’altro verso i giostrai che, privi di qualsiasi pregiudizio, avevano accolto in casa loro un perfetto estraneo, malconcio anche, e lo avevano rimesso in piedi.
Alfred si mise in attento ascolto: con tutta probabilita’ il suo vecchio compagno d’armi poteva essergli di grandissimo aiuto nella sua indagine, ma non doveva sospettare comunque assolutamente niente del suo coinvolgimento in quella storia: meno sapeva meglio era.
” E dimmi Coletti, cos’altro ricordi?” Indagò Alfred.
“E a te perché importa? C’entra con la bambina, non è vero? E forse c’entra anche con te…”
“Dimmi cosa ti ricordi e non fare troppe domande, non sono sempre io il capitano?” rispose Alfred, con tono imperativo.
“Va bene, va bene, non serve che ti scaldi tanto…in effetti qualche cosa mi ricordo: era una sera, sul tardi. Ero andato in stazione a prendere un pacco per le giostre che doveva arrivare via posta e durante la giornata non avevo avuto tempo, il capostazione è amico mio e mi ha detto che potevo andare anche a quell’ora, ci siamo bevuti una birra insieme. Uscendo dalla stazione ho notato una figura femminile seduta sulla panchina di pietra al binario numero 7: aveva un cappello molto elegante, un cappotto e una valigia piccolissima, penso che aspettasse l’ultimo treno per Parigi.”
Sì! Alfred si incuriosi’ moltissimo.
“Non è che ti ricordi anche la data, eh…sarebbe troppo da chiedere a un vecchio ubriacone come te…”disse canzonandolo Alfred.
“Invece me la ricordo benissimo!” rispose Coletti un po’ offeso “e me lo ricordo perché era il mio compleanno quindi ti dico esattamente chi era il diciassette ottobre di otto anni fa, l’orario? saranno state le nove, nove e mezzo…l’ultimo treno per Parigi parte da qui alle ventidue e trenta. E ora dica, signor capitano, sono stato un bravo soldato?”
Alfred tacque, sinceramente colpito dalla nitidezza dei ricordi dell’antico compagno d’armi.
Antonio Coletti era stato a lungo il suo braccio destro, era sempre stato un grandissimo osservatore, un uomo dai riflessi fulminei, dallo sguardo limpido e penetrante, non una mente qualunque, anzi capace di conservare qualunque tipo di informazione, pur se colta anche solo fugacemente.
“Hai fatto un buon lavoro Antonio, hai fatto davvero un buon lavoro, sei stato un ottimo soldato, come al solito del resto; ti ringrazio molto per questa informazione e sono certo che mi sarà di grande aiuto”
‘Sì capitano, grazie e va bene, ma cos’è esattamente che stai combinando? Ti posso essere ancora d’aiuto, possiamo tornare a essere una squadra…in fondo un po’ mi mancano le nostre avventure” commento’ Coletti, guardando di sfuggita la bambina che era andata a scegliere una dolce al bancone. “C’entra questa bambina non è vero? È la figlia di quella donna scomparsa, ci ho preso?”
“Non fare troppe domande Coletti, per il tuo bene; se vuoi far parte della mia squadra lo apprezzo e lo terrò ben a mente: sappi che ti cercherò io al momento opportuno. Per ora accontentati di essermi stato di grandissimo aiuto e mantieni il più assoluto segreto su questa storia. Tu non mi hai mai visto qui e tantomeno hai visto lei, questo è il tuo compito in questa missione per il momento. Comunque grazie per la tua offerta, ne terrò debitamente conto” disse Alfred, porgendogli la mano. Tra i due vi fu uno sguardo intenso e chiarificatore; si strinsero forte la mano e si abbracciarono stretti, poi Alfred recuperò Maya dal bancone dei dolci, pagò il conto suo e dell’amico e sparì.
Antonio Coletti rimase pensieroso per quel pomeriggio: chissà cosa stava combinando il capitano con quella bambina, chissà cosa c’entrava quella donna …ma qualunque cosa fosse era una cosa fatta dal capitano e pertanto era fatta per bene, questo era certo. Così, dopo aver meditato un po’ su quella storia, Antonio Coletti decise di voltare pagina e tornò al proprio lavoro. Nella sua mente però sapeva di essere stato reclutato in una nuova, segretissima missione e che, se il capitano lo avesse chiamato, lui sarebbe accorso in qualunque momento, giorno o notte che fosse.
Alfred, dal canto suo, si sentiva sollevato e sapeva di aver trovato una spalla formidabile nella sua indagine.
Capitolo nono
Parigi.
E così era da lì che doveva ripartire la ricerca; Alfred era stato nella capitale francese molti anni prima, quando era solo un ragazzo, ai tempi dei suoi studi all’università della Sorbonne. Bei tempi quelli, quando poteva dedicarsi completamente alla sua passione per la matematica e al suo secondo grande amore, la crittografia. La città lo aveva affascinato come null’altro prima di allora: lo aveva avvolto nella sua bellezza, arricchito con il suo carico di storia, che trasudava da ogni ponte, da ogni vicolo, da ogni muro. Camminando svagatamente per le vie di Montmartre, il giovane Alfred assorbiva l’elettricità che si sprigionava dalle menti degli artisti e infuocava l’aria, travolgendo tutti coloro che passavano dando loro una sferzata di energia. Chissa’ perché Marianne aveva scelto di andare a Parigi, in piena notte, abbandonando una bambina di pochi anni, un marito che amava, una vita agiata e semplice. Chissà quali motivi si nascondevano nel profondo della sua anima e l’agitavano al punto da abbandonare tutto ciò che aveva di più caro. Ma poi, aveva avuto scelta o era stata costretta a quella fuga notturna e improvvisa? Alfred aveva conosciuto bene Marianne, anche se la loro storia d’amore era stata fugace, crudelmente interrotta dalla ripresa dei combattimenti, e sapeva che un simile gesto, all’apparenza sconsiderato, non era da lei. Marianne era una ragazza dolce, più giovane di circa otto anni di Alfred, piena di gioia di vivere, di allegria, con un’anima totalmente vibrante e governata dalle emozioni e dai sentimenti. Ci dovevano essere state delle ragioni profonde e gravi, per condurre una donna come lei ad abbandonare una figlia piccola: ragioni molto importanti, di vita o di morte. Alfred non sapeva immaginare quali potessero essere ma sapeva, per il bene di Maya, che doveva fare ogni sforzo possibile per ritrovarla e se Parigi era un indizio per seguirne le tracce, allora bisognava andarci.
“Vieni Maya, si è fatto tardi!”
“Ma io voglio giocare ancora! Ci sono un sacco di giostre che ancora non ho fatto, e dai Alfred…Non fare il noioso!”
“Maya, ti prego, non essere capricciosa, è ora di andare, dobbiamo tornare alla baita prima di sera, abbiamo finito qui” taglio’ corto alfred.
“Ma siamo appena arrivati, dai ti prego sii buono Alfred! Solo una giostra, dai, solo una, facciamola insieme ti prego!”supplicò la bambina.
“E va bene, ma solo una, vedi che si sta facendo sera.”
Maya scelse una giostra a cavalli, un carillon pieno di colori che girava e girava seguendo il suono di una musica allegra. Maya rideva, del suo riso argentino, mostrando il suo sorriso irregolare di bambina: era il ritratto della felicità.
Alfred pensò con commozione e amarezza insieme alla grande capacità dei bambini di voltare pagina, di superare le difficoltà, di vedere la bellezza nascosta dietro il dolore e provò una fitta d’invidia verso la bambina, assaporando l’amaro gusto della gioia che vedeva inafferrabile davanti a sé.
Naturalmente non bastò un giro di giostra, ma ce ne furono altre ancora, finché davvero non si intravvide l’arrivo dell’imbrunire.
“Ecco, vedi, ora si è fatto tardi…ci toccherà trovare un posto dove dormire” disse Alfred con un tono a metà fra il divertito e il severo.
“Alfred, intendi forse dire che dormiremo in paese stanotte?in un albergo?”
“Certo! Non vedi che si è fatto quasi buio, non possiamo certo tornare alla baita a quest’ora, rischieremmo di essere attaccati da qualche lupo”.
“Wow! Questa sì che è una vera avventura! Mangeremo al ristorante e dormiremo in una camera elegante! Oh, Alfred, quasi quasi potrei innamorarmi di te!”
Alfred scoppiò in una sonora risata aperte le “Ma se sei una bambina e io un vecchio barboso e noioso! Non dire sciocchezze, fai la brava, potresti essere mia nipote…”
“Già, come hai detto al tuo amico alle giostre, vero? Quanti anni hai? Non te l’ho mai chiesto!”chiese la bambina, curiosa.
“Brutta impicciona! Ti sembrano domande da fare?”
Per nulla intimorita, Maya, che ormai aveva preso a conoscere per bene il carattere burbero del pastore, rispose: “Perché? Tu mi hai chiesto quanti anni ho e io ti ho risposto. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, comunque se non vuoi dirlo potrei tirare a indovinare Io direi che hai… più o meno cinquanta anni”
“Allora devo essere invecchiato proprio male, visto che mi stai dando almeno cinque anni di troppo! Sarà tutta colpa della guerra… vieni ora, che intanto cerchiamo la pensione dove dormire.”
Mentre camminavano, la curiosità di Maya nei confronti del passato di Alfred cominciava a crescere sempre di più e le domande incalzavano.
“Allora devi averne quarantacinque di anni, ho indovinato?Dimmi, ho indovinato?”
“Quarantacinque li compio dicembre e mancano ancora più o meno due mesi, per cui tecnicamente ne ho ancora quarantaquattro”
“Quarantacinque a dicembre…In che giorno?”
“In che giorno cosa?”
“In che giorno compi gli anni a dicembre?”
“Il primo dicembre, sono nato di domenica, era mattina presto nevicava forte è già tanto se non sono morto congelato alla nascita…”
“Anche la mia mamma era nata a dicembre…solo che lei quest’anno ne avrebbe compiuti giusto trentasette di anni…”
Trentasette anni, otto meno di lui, esattamente la stessa differenza di età che lo separava da Marianne. Alfred osservò Maya che sembrava essere nata all’incirca undici anni prima; la madre avrebbe dovuto partorirla intorno ai ventisei anni: Alfred ora era certo che la madre di Maya fosse proprio la sua Marianne, ed era anche certo che si era rifatta una vita, non vedendolo tornare. Probabilmente lo aveva aspettato per un annetto dopo la fine della guerra, poi, non avendo più sue notizie, doveva essersi arresa.
Bene, dunque, il suo progetto di sparire aveva funzionato.
Alfred non avrebbe mai voluto rinunciare a lei, ma a causa di ciò che era venuto a sapere negli ultimi due anni di guerra, aveva dovuto per forza far perdere le sue tracce, o la sua vita e quella di chiunque gli fosse caro sarebbero state irrimediabilmente minacciate. E quella era gente che non scherzava.
Alfred scacciò immediatamente quel pensiero della sua mente: il solo ripensare a quei fatti lontani lo turbava profondamente, eppure non poteva negare a se stesso che il volto, lo sguardo, i riccioli e il sorriso di Maya lo riportassero in continuazione a un tempo che voleva a tutti i costi seppellire nelle pieghe della memoria.
Dopo circa quindici minuti di passeggiata, Alfred e Maya si ritrovarono davanti all’insegna di una piccolo albergo; dalle finestre ornate da tendine di pizzo filtrava una luce fioca ma calda e accogliente. Bussarono e venne ad aprire una signora piuttosto corpulenta, dal volto rubicondo e i capelli grigi raccolti in uno chignon, che la mattina doveva essere stato perfetto ma ora mostrava i segni di una giornata di lavoro.
“Buonasera, cosa posso fare per voi?”
“Buonasera a lei, signora, abbiamo bisogno di cenare e di una stanza per dormire, per favore.”
“Ma certo, signore! Accomodatevi! Abbiamo giusto una stanza comoda per un papà con la sua bambina” li invito’ ad entrare la signora. Alfred e Maya si scambiarono uno sguardo un po’ imbarazzato, ma decisero che era meglio non contraddire la loro gentile ospite.
“Entrate, su! Entrate!” Li incalzò la signora
“Vi mostro la sala da pranzo, sarete un po’ infreddoliti! Accomodatevi qui” disse accompagnandoli ad un tavolo vicino al camino.
In effetti i due erano piuttosto raffreddati dopo aver trascorso il pomeriggio all’aperto in fin dei conti si trattava del mese di ottobre inoltrato…
Dopo pochi minuti, la locandiera arrivo’ con una tovaglia, una bottiglia di vino rosso due bicchieri e del pane all’aglio, molto gustoso. “Abbiamo della zuppa di cipolle, purè di patate e formaggi, può andar bene?” propose
“Andrà benissimo” le rispose Alfred
“Benissimo, allora! Sarò di ritorno in un attimo, immagino che sarete affamati!”
“Certo che sono affamata!” esclamò la bambina “abbiamo camminato tutto il giorno! Che giornata divertente, vero Alfred? È stato bellissimo! E tu hai anche rincontrato un tuo vecchio amico, mi racconti dove l’hai conosciuto?”
“Tu sei una bambina molto curiosa vero Maya? E questo è molto bello alla tua età, ma ci sono cose che è meglio non sapere.”
“Stai facendo il misterioso Alfred, cosa hai fatto nella tua vita passata prima di diventare un pastore? Sei forse stato in prigione?”
“No, non sono stato in prigione, ma ho vissuto comunque cose terribili che non ho voglia di raccontare”
“Ma hai una famiglia? Devi aver avuto dei genitori, hai dei fratelli?”
“Avevo dei genitori e dei fratelli più piccoli di me, ora i miei genitori sono morti: erano anziani e non hanno retto ai pericoli della guerra.”
“E che ne stato dei tuoi fratelli?”
“Erano due, più piccoli di me…loro sono stati mandati a scuola in Svizzera, lontano dalla guerra, dalle bombe e dai pericoli. Non ne so più niente da moltissimi anni.”
“Abbiamo un’altra cosa in comune, vero Alfred?” disse Maya incuriosita “io ho perso la mia mamma, tu hai perso i tuoi fratelli e sia io che te stiamo molto male: dovremmo proprio ritrovarli!”.
“Non ti preoccupare” disse Alfred “se la tua mamma è ancora viva io la troverò per te”
“E come farai a trovarla? La polizia l’ha cercata per anni senza nessun successo… “
la polizia…saranno certo molto carichi di lavoro e in questo momento forse la cosa interessa più a me che a loro.”
Capitolo decimo
Terminata la cena , Alfred e Maya si ritirarono presto nella loro stanza; la bambina crollo’ rapidamente in un sonno profondo: tante erano state le emozioni della giornata, che l’avevano stancata immensamente. Alfred, dal canto suo, continuava a pensare: immagini vivide vorticavano nella sua mente: Marianne, i suoi riccioli biondi, Maya, i suoi riccioli biondi e gli occhi azzurri, una donna sola senza volto, immersa nell’oscurità e nel freddo, ferma sulla banchina di una stazione deserta, in attesa di un treno per Parigi; un vecchio commilitone divenuto giostraio, pur di sfuggire ai fantasmi della guerra, che si portava dietro come cicatrici invisibili dell’anima e di cui faceva vanto, pur di esorcizzarli, continuando a indossare l’elmetto e a portare la barba a punta come in quel tempo di dolore e terrore. Marianne, i suoi abbracci, il suo profumo: una fugace quanto intensa storia d’amore, ormai sepolta da più di un decennio.
Era ormai notte fonda quando Alfred, esausto, piombò in un sonno profondo, comunque popolato da incubi, talmente verosimili da accelerare il battito del suo cuore e il suo respiro, imperlare la sua fronte di un sudore ghiacciato e stringerlo al collo, come se volessero soffocarlo.
Si risvegliò con il cuore che batteva all’impazzata: malgrado tutti i suoi sforzi per mantenere la sua vita in uno stato di calma piatta, il destino gli aveva giocato proprio un brutto tiro: quella bambina aveva portato tali e tanti sconvolgimenti nella sua vita, da aver vanificato in poco tempo gli sforzi di anni.
Ma ora lei era lì con lui, dormiva serena nel letto accanto al suo, il respiro regolare, le guance paffute e i riccioli biondi: la sorte aveva voluto che la bambina si affidasse a lui e lui ora, da buon soldato, doveva concludere la sua missione e riportare Marianne, se era ancora viva, nella vita di sua figlia.
Decise, così, d’istinto che il giorno dopo sarebbero partiti per Parigi e, giunto alla convinzione del prossimo passo da compiere, alle prime luci dell’alba si riaddormento’, questa volta sereno.
“Ehi Alfred, Alfred svegliati! È ora di colazione e io ho una fame da lupi!”: Maya svegliò Alfred scuotendolo per una spalla.
“Ma che diamine succede? Piccola peste! Ma che ore sono?” rispose Alfred brusco per essere stato risvegliato all’improvviso dal sonno in quel modo.
“Suvvia Alfred, non essere il solito brontolone… io ho fame, e chissà quante cose buone ci saranno al buffet!!”
“Va bene, va bene, andiamo a fare colazione. Comunque ho una sorpresa per te” disse, mettendosi seduto sul letto e cercando di sgranchire le sue articolazioni arrugginite.
“Quale sorpresa?? Ma sei pienissimo di sorprese tu! Mio padre non me ne faceva mai… ” commentò Maya, con una punta di rammarico.
“Eh già! sono pieno di sorprese, ma questa è la più grande di tutte e scommetto che non te l’aspetti…… Te lo dirò a colazione. Dai andiamo, su, che ho fame anch’io.”
La bambina non stava più nella pelle: il vecchio pastore sembrava ringiovanito di dieci anni nelle ultime settimane; da quando lo aveva conosciuto il suo volto aveva cambiato espressione: da che inizialmente era sempre accigliato o indifferente, ora era vivace, lo sguardo sempre acceso: la sorprendeva continuamente. In fondo al suo cuore Maya aveva sempre saputo che Alfred era una persona d’animo buono e che, se ogni tanto il suo sguardo era spento e il tono secco e aspro, era solo perché doveva aver vissuto momenti terribili nella sua vita, talmente difficili da non volerne più parlare. La ragazzina comprendeva istintivamente l’uomo e gli era profondamente grata per il suo aiuto, che giorno dopo giorno prendeva forme sempre più inaspettate, e si commuoveva per l’istinto di protezione che egli le dimostrava, tenendola lontana dalle cose più brutte della vita e del mondo, quasi fosse un padre.
Scesi in sala da pranzo, i due fecero un’abbondante colazione con uova strapazzate, pane tostato, caffè caldo e marmellata. Finito di mangiare Alfred decise di annunciare, infine, la sorpresa che aveva in serbo per lei: “Dunque Maya, ti ho tenuto sulle spine abbastanza a lungo, perciò ti svelerò la mia sorpresa: oggi non torniamo a casa.”
“Ah no? ” disse la bambina “e dove andiamo? mi porti di nuovo alle giostre?”
“No” disse Alfred “non andiamo alle giostre: andiamo in una grande città, la più grande di tutta la Francia.”
Gli occhi di Maya si spalancarono per la sorpresa.
“Mi porti…… A Parigi?”
“Brava! hai proprio indovinato! andiamo a Parigi”.
Maya non stava proprio più nella pelle! Iniziò a saltellare e ballare in giro per la stanza e gli altri avventori della piccola locanda la guardavano divertiti.
“Andiamo a Parigi! Andiamo a Parigi!” Esclamò, poi sedette di nuovo sulla sedia e disse: “Ma Alfred cosa dobbiamo fare a Parigi?”
” Beh ecco vedi, ho degli affari da sbrigare là e pensavo che ti sarebbe piaciuto vederla, Notre Dame, intendo…”
Notre dame, la Senna, gli Champs-Elysée, magari addirittura Versailles…Maya si immaginava a spasso con Alfred per la grande città e non stava più insieme per l’emozione. Chissà, però, quali erano i misteriosi affari a cui accennava Alfred: che interessi poteva mai avere un pastore di montagna in una città come Parigi? Maya proprio non se lo spiegava.
Tutto d’un tratto il suo sguardo si rabbuiò.
Alfred se ne accorse e le chiese: “Che c’è? qualcosa non va? Non hai voglia di andare a Parigi?”
“Sì certo che ne ho voglia, ma non è che per caso tu…”
“Io cosa?” chiese Alfred “cosa intendi dirmi? cosa ti preoccupa?”
” Non è che tu vuoi portarmi all’orfanotrofio eh? lì a Parigi…” gridò scoppiando in lacrime e singhiozzando.
“Ma sei impazzita?” disse Alfred “io portarti in un orfanotrofio? ma ti sembro il tipo? Come ti viene in mente?”esclamò esterrefatto l’uomo.
“E va bene, se sei così preoccupata e ti immagini certe sciocchezze, sarà meglio che io ti dica la verità, così ti metterai tranquilla, però non ti illudere, perché non c’è nulla di certo, va bene?”
Maya annuì con il capo, asciugandosi con le mani il viso, sconvolto e arrossato dal pianto e dall’angoscia che aveva provato.
“Sei pronta?”
“Sì, sono pronta” rispose la ragazzina tirando su con il naso.
“Non ho intenzione di portarti in un orfanotrofio o alla polizia e non ho alcuna certezza da offrire, ma ho qualche ragionevole speranza di essere sulle tracce della tua mamma. Ti ricordi il signore che abbiamo conosciuto alle giostre? Ecco: lui è Antonio Coletti, un mio vecchio compagno d’armi; io e lui siamo stati in guerra insieme, partecipavamo a missioni segrete, conducevamo indagini e sventavamo attacchi pericolosissimi dei nemici. Siamo abituati a lavorare insieme da molto tempo; io ho iniziato a condurre qualche piccola indagine sulla tua mamma e lui mi ha fornito alcuni elementi davvero importanti, ho pertanto qualche speranza e devo provare a seguire questa pista, per cui dobbiamo andare a Parigi.”
Maya era incredula: Alfred stava cercando la sua mamma! Tutto ciò era incredibilmente sconvolgente per lei: egli era la prima persona che in tanti anni le avesse dedicato così tanta attenzione e pensare che solo qualche settimana prima non sapeva neanche della sua esistenza!
Anche questa volta dai suoi occhi iniziarono a sgorgare lacrime di felicità.
“Non ti illudere, però, non abbiamo nessuna certezza di trovarla: la città è enorme, cercare qualcuno lì è come navigare nella nebbia. Per di piu’ tua madre potrebbe essere lì o altrove, potrebbe essere ancora viva ma anche no…quello che abbiamo non è molto”
Maya annuì di nuovo con la testa poi disse con voce ferma: “Alfred, io lo so che mia mamma potrebbe essere morta o che potrebbe essere scomparsa e potrei non trovarla mai, ormai è da anni che mi sono rassegnata a questa idea, ti sono tanto grata, però, per tutta l’attenzione che mi stai dando. Il fatto stesso che tu solo voglia provare a cercarla, per me è di grandissima importanza. Ti voglio molto bene, caro Alfred, davvero, e te ne vorrò sempre, anche se non dovessimo trovare nulla.”
I due rimasero stretti per un po’, poi si sciolsero dall’abbraccio e, finalmente rasserenati, con un nuovo patto stretto fra loro, si avviarono verso la stazione. Il viaggio per Parigi stava cominciando.
Giunti alla biglietteria, Alfred chiese due biglietti di sola andata per Parigi: non sapeva quanto sarebbero rimasti lì e se, quando e in quanti sarebbero tornati, quindi era inutile inutile sprecare del denaro in un viaggio di ritorno per il momento ancora incerto. Magari il treno verso casa sarebbe stato necessario per uno solo di loro, se avessero trovato la mamma di Maya, finalmente si sarebbero ricongiunte e avrebbero deciso di rimanere a vivere nella grande città.
Scelsero un comodo scompartimento di seconda classe e si accomodarono: il viaggio dalla piccola città a Parigi sarebbe durato circa tre ore, quindi non appena passò il carrello delle vivande Alfred acquistò per sé e per Maya qualcosa per pranzo: due panini e due bibite sarebbero bastati. Il pastore aveva con sé tutti i suoi risparmi, ma doveva stare molto attento a non esagerare con le spese: non era molto ricco in effetti, e tuttavia non voleva fare preoccupare la bambina risparmiando eccessivamente, così quando lei gli chiese se poteva avere anche un dolcetto dal carrello, acconsentì con un sorriso: vederla felice faceva del gran bene anche a lui, del resto.
Si godettero il viaggio, chiacchierando fra loro e fantasticando sui possibili esiti di quella loro ricerca. Dopo un po’ Maya si assopì e Alfred rimase a guardare il paesaggio della campagna francese che gli scorreva velocemente sotto gli occhi; la dolcezza dei luoghi rasserenava il suo animo teso.
Da dove avrebbe cominciato la sua ricerca, una volta sceso dal treno? E cosa sarebbe successo se non fosse riuscito nel suo intento di ritrovare la madre di Maya? Come avrebbe reagito la bambina? Avrebbe retto a un simile dolore?
Queste e altre mille domande gli si affacciavano disordinatamente alla mente provocandogli un forte stato d’ansia, che gli impediva di riflettere lucidamente.
Si concentrò sul paesaggio e respirò profondamente, cercando di rallentare il battito cardiaco.
Chiuse gli occhi e diede spazio alle immagini, che nascevano spontaneamente nel suo cervello. Ecco che d’un tratto era tornato ai suoi ventisei anni: era con Coletti, il suo aiutante più fidato, pazzo e spericolato, in grado di portare a termine le missioni più pericolose e uscirne ridendo. Entrambi erano acquattati dietro un muretto basso, era notte fonda e aspettavano il passaggio di un’auto nemica: a bordo ci sarebbero dovuti essere alti esponenti dell’esercito opposto, attesi ad una riunione segreta in un cascinale diroccato in piena campagna. Con loro, ritenevano, avrebbero avuto piani d’attacco di fondamentale importanza e Alfred aveva il compito di rubarli. A tal fine aveva escogitato un piano ardito e folle: l’auto avrebbe forato, i passeggeri si sarebbero dovuti fermare per riparare la gomma danneggiata e loro avrebbero creato un diversivo simulando un attacco con delle granate che avrebbero lanciato a poca distanza da lì: a quel punto i nemici si sarebbero allontanati dall’auto per cercare riparo e in quel breve momento loro due avrebbero sostituito la preziosa valigetta portadocumenti con un’altra identica, poi si sarebbero dati alla macchia: nessuno si sarebbe fatto male e i piani del nemico sarebbero stati sventati.
Il cuore di entrambi batteva all’impazzata e avevano dovuto ricorrere al respiro profondo e controllato per riuscire a rimanere lucidi,ma erano preparati, avevano subito un addestramento durissimo per affrontare situazioni come quella ed erano fra i migliori ufficiali della loro compagnia, per questo erano stati selezionati nei corpi speciali e sino a quel momento non avevano mai fallito una missione.
In lontananza ecco il rumore di un motore, i nemici erano in arrivo. Come da manuale, i chiodi che Coletti e Alfred avevano sparso sul selciato del viottolo fecero il loro dovere: la gomma scoppiò, l’auto sbandò e l’autista rischiò quasi di perderne il controllo. Imprecazioni incomprensibili e voci concitate provenivano dall’interno dell’abitacolo: evidentemente i viaggiatori temevano di tardare al loro appuntamento. Tutto stava andando secondo i piani: due uomini scesero, lasciando a bordo colui che doveva essere l’ufficiale più alto in grado e custode dei preziosi documenti. Quando i due iniziarono a lavorare di crick per cambiare la ruota, Alfred e Coletti fecero esplodere le prime due mine poste a metà del viottolo, più avanti verso il ponte. Puro terrore si dipinse sui volti dei malcapitati: pochi minuti dopo altre due detonazioni si udirono provenire dal campo a destra della strada: “Via, via! ci attaccano!” gridò uno dei due, subito seguito dagli altri due che si allontanarono velocemente dall’auto in panne, imbracciando i fucili.
Alfred e Coletti fecero esplodere qualche altra carica giusto per mantenere alta la tensione, poi, quando furono ragionevolmente sicuri che i nemici si fossero allontanati, si avvicinarono all’auto: Coletti di guardia, fucile spianato e colpo in canna guardava le spalle al suo capitano che rapidamente ispezionò l’abitacolo della vettura: come sospettava, la valigetta era sotto il sedile posteriore ma era fissata con una catena e un lucchetto : questa non ci voleva!
“Accidenti!” imprecò Alfred “è bloccata!”
” Capitano che succede?”
“È incatenata al sedile, porca di quella miseria…”
” Questa poi non ci voleva proprio, non abbiamo attrezzi capitano, e ora che facciamo?”
” Sto provando a sbloccarla con il pugnale ma è impossibile, merda …”
” Bisogna fare svelto, questi torneranno a momenti…”
Alfred provo’ a fare saltare il lucchetto con due colpi di pistola ma rischiò solo di ferirsi un occhio, dato lo spazio ristretto in cui era costretto a lavorare, così dovette rinunciare
“Fai saltare qualche altra carica, prendiamo tempo …” ordinò Alfred che aveva bisogno di riflettere.
Che fare? Rinunciare non era contemplato, farsi ammazzare men che meno.
Alfred e Coletti si trovavano in una situazione di estremo pericolo, soli e quasi disarmati, avevano viaggiato leggeri per non essere intralciati nella fuga e le uniche cariche che avevano erano state fatte saltare tutte ormai. Il capitano sapeva che avrebbe dovuto essere lui la mente dei due, perché Coletti, impulsivo com’era, non era adatto alla pianificazione e al ragionamento, era piuttosto un esecutore, infallibile e spericolato sì, ma un esecutore. Alfred si concentrò, chiuse gli occhi e iniziò a respirare profondamente e regolarmente, cercando di ritrovare lucidità. Rimase in quella posizione per qualche minuto mentre Coletti faceva esplodere le ultime cariche poco distante da loro, in modo da tenere i nemici lontani da lì ancora per un po’.
Nuovamente calmo, Alfred apri’ gli occhi e osservò con estrema attenzione la valigetta bloccata sotto il sedile posteriore dell’auto: non aveva lime o altri attrezzi utili a recidere il lucchetto, ma doveva in qualsiasi modo trovare il sistema per aprirlo. Si guardò intorno e vide che sul sedile anteriore dell’auto erano state lasciate abbandonate le chiavi del mezzo: un vero e assoluto colpo di fortuna!
“Questa poi! Coletti salta a bordo, ce ne andiamo da qui!”
“Come, come capitano? Cosa sta dicendo?!?”
“Muoviti, salta a bordo! Salta a bordo ti ho detto! Se non possiamo prendere i documenti rubiamo la camionetta e ce ne andiamo”
Così i due militari partirono a tutta velocità, con due gomme a terra e rischiando l’osso del collo, pur di allontanarsi il più possibile da quel luogo.
Viaggiarono per circa dieci minuti finché videro nei dintorni un cascinale diroccato circondato da una fitta zona di bosco: spensero il motore e spinsero la camionetta fra gli alberi, poi Coletti si nascose dietro un cespuglio, impugnò la pistola, colpo in canna, strinse il pugnale fra i denti e si mise di guardia. Alfred, per conto suo, si intrufolo’ in quello che aveva tutta l’aria di essere il magazzino, facendo bene attenzione a non fare il minimo rumore: in effetti fra agricoli vari, ebbe la fortuna di trovare anche una tenaglia: era esattamente quello faceva al caso suo! L’afferrò e uscì di soppiatto di lì, raggiungendo rapidamente e silenziosamente Coletti nel bosco.
“Guarda cos’ho trovato!” mormorò Alfred soddisfatto al compagno “rimani qua di guardia, faccio in un attimo: se si muove qualcosa il gufo canta”
“Il gufo canterà” assicuro’ Coletti, dando conferma al capitano di aver inteso gli ordini e il segnale concordato.
Alfred raggiunse la camionetta muovendosi nella boscaglia silenzioso come un felino in caccia: in un attimo iniziò ad armeggiare con la tenaglia e in breve tempo la valigetta fu nelle sue mani.
Galvanizzati dal successo insperato i due soldati si abbracciarono forte ma all’improvviso udirono un rumore di passi avvicinarsi. Si acquattarono dietro un cespuglio, all’erta e ben attenti a non fare il minimo rumore: due dei soldati nemici si avvicinavano e presto avrebbero individuato la camionetta. Non avevano scampo.
Silenziosi ma terrorizzati Alfred e Coletti temevano che il battito del loro cuore si sentisse fino in paese, tant’era forte, poi d’un tratto, proprio quando i due erano più vicini, Coletti saltò fuori dal cespuglio d’improvviso, cogliendo i nemici di sorpresa: un colpo in testa ad uno col calcio della pistola e un pugno ben assestato nello stomaco dell’altro, in un attimo i due erano fuori gioco. Alfred e Coletti scapparono veloci come il vento raggiungendo il trattore parcheggiato nel magazzino e fuggendo a tutta birra con quel mezzo di fortuna riuscirono ad allontanarsi quanto bastava per essere fuori pericolo, poi lo abbandonarono poco distante. La mattina dopo il contadino, alzandosi e non trovandolo, si sarebbe ben arrovellato su chi diavolo avesse potuto rubarglielo, ma pazienza, servizio alla nazione!
Qualche ora dopo i due soldati tornarono alla loro auto e con quella raggiunsero il campo base e i loro compagni: missione compiuta! Ce l’avevano fatta anche questa volta: i piani del nemico erano di nuovo stati sventati e la fine della guerra appariva un po’ più vicina. I due, accolti in trionfo, vennero rifocillati con pane nero e zuppa riscaldata poi si addormentarono, esausti, nei loro sacchi a pelo.
Il capitano Alfred e il sottotenente Coletti ricevettero grandi onori e congratulazioni da parte dei loro superiori nei giorni seguenti e venne addirittura concessa loro una licenza premio, di cui approfittarono ben volentieri.
Coletti fece ritorno a casa per qualche giorno dove pote’ riabbracciare la sua famiglia ed essere abbondantemente nutrito con buon cibo italiano. Alfred, invece, rimase in caserma, dato che i suoi genitori erano ormai morti e dei fratelli non aveva notizie.
Il periodo di riposo, in ogni caso, gli fece bene, sebbene la sua mente fosse a tratti turbata da un pensiero inafferrabile, come se qualcosa di minaccioso e invisibile incombesse sul suo futuro. Si convinse che si trattava di semplici suggestioni e cercò di scacciarlo, passando qualche ora alla taverna in paese e tentando di distrarsi, chiacchierando con l’oste e corteggiando qualche giovane ragazza del luogo, senza troppa convinzione
Al ritorno sul fronte, invece, Alfred e Coletti, vennero a seppero che un gruppo di loro compagni era stato catturato dai nemici, poco distante dal luogo della loro missione.
“Sono cose che succedono in guerra…” fu la risposta che i loro superiori diedero loro “…punto. Non fate domande e proseguite il vostro lavoro.”
Coletti obbedì senza fiatare e senza apparentemente farne una questione; era molto più difficile per Alfred, invece, accettare l’accaduto e soprattutto credere a quella spiegazione tanto superficiale quanto sbrigativa. Cos’era successo veramente? Possibile che i piani che loro avevano sottratto fossero finiti in mani sbagliate? Era possibile che qualcuno dei suoi superiori stessi facendo il doppio gioco? Di domanda in domanda, nulla di tutto ciò lo lasciava tranquillo: niente affatto. Egli decise che avrebbe indagato su quella faccenda ma da solo: nessuno doveva essere coinvolto e nessuno doveva sospettare alcunché. Si impose di mantenere un profilo molto basso, sentendosi improvvisamente ancora più in pericolo del solito: non era solo la guerra a fargli paura, quello che lo terrorizzava era il non sapere più con chiarezza chi fosse i buoni e i cattivi: quel dubbio gli inquietava l’anima come mai prima d’allora. Doveva mantenere un’apparenza di calma e indifferenza ma soprattutto tenere tutto segreto, specie con Coletti: altrimenti il suo fidato compagno, estremamente istintivo, avrebbe finito per mettere entrambi in guai sei.
Alfred doveva essere responsabile per tutti e due.
Con uno stridore di freni, il treno si fermò alla stazione ed Alfred si riscosse bruscamente dai suoi ricordi: erano giunti finalmente a Parigi. Svegliò Maya, raccolsero le loro valigie e si prepararono con gli altri viaggiatori a scendere: la bambina non stava più nella pelle, talmente emozionata com’era dal trovarsi per la prima volta nella sua vita nella grande città. Chissà se avrebbero ritrovato la sua mamma …certo quello sarebbe stato un sogno, ma in ogni caso stava vivendo un’avventura che solo poche settimane prima non avrebbe nemmeno potuto immaginare.
Capitolo undicesimo
Si era ormai fatto pomeriggio inoltrato, quando Alfred e Maya uscirono dalla stazione centrale di Parigi: l’edificio imponente e affascinante, dall’architettura raffinata, pieno di gente che andava e veniva da mille destinazioni diverse non finiva di stupire Maya, che si guardava intorno con gli occhi spalancati, scintillanti di meraviglia, mentre Alfred, per conto suo, badava a non perdere di vista la bambina, terrorizzato com’era che si smarrisse tra la folla. D’improvviso l’uomo fu colto da un pensiero angoscioso: in tutto quel periodo non aveva mai preso in considerazione che, a tutti gli effetti, stava tenendo con sé, e da settimane ormai, una ragazzina senza averne alcun titolo legale: tale consapevolezza gli balzò alla mente con tale violenza,che egli fu preso dal panico: il pensiero che il padre della bambina potesse averne denunciato la scomparsa e i gendarmi fossero sulle loro tracce gli provocò una violenta vertigine e un attacco di nausea. Sarebbe stato accusato di rapimento? Questo non avrebbe mai potuto sopportarlo! Affretto’ il passo, quasi trascinando Maya, che lo seguiva svelta: i due si allontanarono rapidamente dalla stazione e, con questo pensiero in testa, Alfred decise di infilarsi in vie poco frequentate, alla ricerca del primo ostello o locanda che avesse una stanza libera: da u minuo all’altro erano diventati due fuggitivi!
Trovata una piccola pensione, l’uomo decise di fermarsi e chiedere subito alla reception un posto per lui e la bambina; fortunatamente i proprietari avevano una stanza libera e li accolsero volentieri.
Si sistemarono in una camera confortevole ma senza troppe pretese e Maya apparve un po’ delusa: si aspettava sfarzo, luci ed eleganza giungendo a Parigi, mentre il loro primo alloggio aveva l’aria di essere piuttosto modesto. La ragazzina, però, si consolò facilmente al pensiero della ragione che li aveva condotti lì: emozioni contrastanti popolavano la sua mente: aspettative che chissà mai se sarebbero state soddisfatte, paure che chissà mai se si sarebbero concretizzate, fantasmi di un passato nebuloso, entusiasmo per l’avventura che la sua vita era divenuta, ma soprattutto gratitudine e ammirazione verso quell’uomo che, gratuitamente e incomprensibilmente aveva lasciato tutto il suo mondo per lei.
Chissà perché faceva tutto ciò? Cosa mai poteva aver spinto un vecchio orso come Alfred ad avventurarsi in un percorso incerto come quello?
L’uomo parlava molto poco di sé ma Maya intuiva con chiarezza che ci doveva essere stato qualche cosa nel passato di Alfred che in qualche modo lo legava a lei, ma cosa?
Con il permesso dell’uomo, la ragazzina si avventurò fuori dalla stanza ed esplorò per un po’ la piccola pensione, scoprendo che al pianterreno c’era un piccolo soggiorno con uno scaffale pieno di libri, dove si fermò per un po’ a leggere.
Dopo un’oretta fu raggiunta da Alfred, sollevato nel vederla tranquilla e al sicuro.
“È suonata la campanella, andiamo a cena?” Le propose
“Certo, ho una fame…” Rispose Maya con un sorriso.
Un buon profumo di zuppa di cipolle li accolse all’ingresso della sala da pranzo, mettendo entrambi di buon umore.
Una cameriera giovane e svelta, truccata alla perfezione ma senza eccessi, li accompagnò al loro tavolo e li servì con solerzia.
“È buona vero Maya? ti piace?”
“Mmh mmh…” mormorò la bambina senza smettere di mangiare
“Sei proprio affamata, eh?”
“Eh già” rispose” poi è talmente buona…posso averne dell’altra?”
“Chiediamo alla cameriera, immagino di sì…Signorina?” Chiamo’ Alfred rivolto alla ragazza
“Sì signore?” Accorse immediatamente “qualche cosa non va bene?”
“No, è tutto perfetto grazie, Maya gradirebbe un altro po’ di zuppa se si potesse…”
“Certamente, vengo subito!”
Tornò pochi minuti dopo con un altro piatto di minestra fumante
“Ti piace eh? È la specialità della casa: madame fa la zuppa di cipolle più buona di tutta la Francia, dice lei,…Maya ti chiami? Che bel nome! Io sono Antoinette, piacere di conoscerti! Signore, posso portare qualcosa anche a lei? Formaggio? Stufato?”
“No grazie, ma gradirei un buon bicchiere di vino rosso “
“Bordeaux? Borgogna?”
“Borgogna andrà benissimo, grazie “
“Subito!” Rispose la ragazza e si allontanò.
Alfred la osservò: era solo una sua suggestione o sul volto della ragazza si era dipinta un’espressione un po’ strana? Un dubbio, forse un fugace pensiero che le aveva attraversato la mente per un istante. Alfred cercò di distogliersi da questi foschi pensieri e di convincersi che la sua era soltanto ansia.
“Maya se hai finito di mangiare, visto che la serata non è particolarmente fredda, ti propongo una passeggiata, ti va? “
“Certo che mi va! Non vedevo l’ora!”
Alfred e Maya salirono in camera e recuperarono capelli e cappotti: in effetti cominciava a essere la fine di settembre e l’umidità della sera cominciava a farsi sentire.
“Dove mi porti Alfred?” Chiese entusiasta la ragazzina.
“Per ora direi di esplorare un po’ il quartiere, sei d’accordo? domani mattina invece con più calma e con la luce del sole potremmo fare un bel giro alla Torre Eiffel, che ne dici? “
“Non vedo l’ora!!! “Maya iniziò a battere le mani e girare su se stessa,tante volte da finire seduta per terra e scoppiando nella sua personalissima risata argentina.
“Dai mettiti in piedi!” disse Alfred ” cosa fai, mezza matta che non sei altro!” E finì per scoppiare a ridere anche lui. L’allegria contagiosa della ragazzina aveva contribuito a curare, almeno per un momento, l’ansia che attanagliava la gola e il cuore di Alfred da tutto il pomeriggio, da quando il pensiero di essere seguiti dalla polizia lo aveva colto. Doveva immediatamente approntare una strategia per evitare qualunque tipo di problema: mimetizzarsi in qualche modo, forse presentarsi con un nome diverso, porre attenzione ad ogni dettaglio. Il pensiero che aveva turbato la mente della cameriera a cena, anche quella era una cosa da non sottovalutare. Chissà cosa l’aveva insospettita…oppure no? La sua era ansia oppure il suo istinto si stava risvegliando? Lo aveva sviluppato negli anni della guerra e forse non era scomparso, ma solo nascosto in un angolino della sua mente.
Tuttavia, iIl cielo di Parigi era trapunto di stelle quella sera e, pur con mille attenzioni, ora era il momento di godersi la passeggiata per le vie del quartiere. Le file di lampioni che illuminavano le strade davano ad esse un’aria talmente romantica che Maya, cresciuta in una piccola città, era rapita; la ragazzina non aveva mai neppure immaginato gli sfarzi e la bellezza della capitale e si stupiva di fronte ad ogni vetrina, dalle panetterie alle librerie, i negozi di giocattoli e le profumerie, ma quelli che l’attiravano di più erano soprattutto le vetrine delle boutique e dei negozi di scarpe.
“Ti piacciono molto le scarpe, vedo”commentò Alfred
“Eh sì, mi piacciono molto! Anzi, stavo pensando che queste scarpe sono un po’ scomode, se in questi giorni dovremo camminare molto forse sarebbe meglio se io ne avessi un paio nuovo… e forse anche tu, perché le tue cominciano ad avere un po’ di problemi…”
Alfred rimase qualche istante in silenzio riflettendo, poi rispose: “Sai Maya, penso che tu abbia proprio ragione, ci servono un scarpe nuove e, che ne dici, magari un cappottino e un cappello nuovo, comincia a fare un po’ freddo “
Alfred aveva pensato che un vero e proprio cambio di immagine avrebbe destato sospetti anche nella locanda dove avevano preso alloggio, ma qualche piccolo dettaglio utile a modificare anche solo in parte l’aspetto di entrambi sarebbe risultato utile. “Dai, domani mattina dopo colazione inizieremo le nostre ricerche e nel frattempo faremo anche un po’ di acquisti, che ne pensi?”
“Sono perfettamente d’accordo! Non vedo l’ora, ma ora sono un po’ stanca, che ne dici Alfred, rientriamo e ci mettiamo a dormire? Da domani cercheremo la mia mamma: sarà un lavoro impegnativo dobbiamo recuperare le forze “.
Alfred e Maya si avviarono così di nuovo verso la locanda, dove trascorsero una buona notte di riposo; Il letto era comodo, i cuscini soffici e il caldo della trapunta patchwork consentì loro un buon sonno.
Alfred si sveglio’ di buon’ora la mattina seguente: l’alba lattiginosa lasciava intravedere una buona giornata: il sole all’orizzonte era ancora di un bel colore arancione caldo, nonostante l’autunno digradasse verso il freddo.
Rimase per un po’ ad osservare i tetti della città che si stava svegliando, con qualche luce che iniziava ad accendersi qua e là dietro le finestre, poi si voltò verso Maya che ancora dormiva, il respiro regolare e il volto disteso. Chissà se sarebbe riuscito nella sua impresa: cercare una persona a Parigi conoscendone soltanto il nome era come cercare un ago in un pagliaio, se poi questa stava cercando di nascondersi, come egli pensava, sarebbe stato ancora più complicato, ma Alfred non aveva nessuna intenzione di demordere: Maya aveva diritto di ritrovare sua madre ed era fermamente determinato ad aiutarla fin quando le sue forze glielo avrebbero consentito. Lui stesso non comprendeva il perché di quella così forte motivazione verso la ricerca di Marianne: in fondo nulla lo legava alla bambina e Marianne era solo un ricordo di gioventù. Perché si era cacciato in quel guaio lui stesso non se lo spiegava, eppure sentiva di non poterne fare a meno.
Tante cose erano successe in quegli ultimi anni ed ora il suo passato di fatto era stato cancellato: nulla di quanto appartenesse a quell’epoca doveva più essere nominato: Alfred non poteva proprio permetterselo.
Lentamente, comunque, un piano iniziava a delinearsi nella mente di Alfred, che da pastore quale era stato negli ultimi anni stava pian piano sempre più tornando ad essere il militare esperto stratega di un tempo. I giorni successivi sarebbero trascorsi nell’esplorare la città senza troppo dare nell’occhio: lui e Maya si sarebbero comportati come dei normalissimi turisti e si sarebbero confusi fra la folla: qualche spesuccia senza esagerare, e qualche visita ai più importanti luoghi di interesse della città li avrebbero fatti apparire come una normalissima coppia padre e figlia agli occhi anche della servitù della locanda: era infatti indispensabile mantenere un’apparenza di assoluta normalità, anzi quasi una sorta di anonimato: non era poi così difficile in una città così grande. Le loro chiacchiere a tavola e nei luoghi pubblici si sarebbero incentrate solo sulle bellezze artistiche che avevano avuto occasione di vedere: nulla doveva destare sospetti.
Quella mattina, dopo colazione, il programma era quindi di fare una passeggiata in città e lungo gli Champs Elysees, un pranzo in qualche caffè del centro e qualche acquisto: effettivamente scarpe, cappotto e cappello avrebbero costituito una sorta di costume mimetico perfetto in quella città modaiola e avrebbe permesso loro di confondersi facilmente fra la folla rispetto agli abiti con cui inizialmente erano stati visti, se mai qualcuno li stesse seguendo. Maya era veramente entusiasta di trovarsi a Parigi: emozionata, aveva gli occhi che brillavano per la felicità ad ogni angolo, ad ogni vetrina, ad ogni palazzo, ad ogni chiesa che vedeva: Tutto le sembrava magnifico. In effetti il fascino di Parigi conquistava chiunque, anche i più indifferenti. Gli Champs Elysees e i loro colori autunnali, in quella giornata che aveva preso, come Alfred aveva previsto, una piega tiepida tutto sommato piacevole, erano meravigliosi: le foglie degli alberi accese di rosso, di giallo, di marrone, di verde scuro e intenso, costituivano un morbido tappeto scricchiolante a terra e per Maya era un enorme divertimento camminarci in mezzo, e, nel contempo, rappresentavano una vista splendida e piena di vita stagliandosi contro il cielo azzurro.
“E’ meraviglioso questo posto, non trovi Alfred?”chiese la bambina “eh già, ma io c’ero già stato tanti anni fa, lo conoscevo già …”
“Ah davvero?” chiese la bambina “e con chi ci sei stato? con la tua fidanzata?”
Alfred avverti’ una fitta acuta nel petto: certo che c’era stato con lei…chissà cosa avrebbe pensato Maya se solo avesse immaginato che sua madre era stata fidanzata con lui…no, non era assolutamente accettabile che la bambina venisse a saperlo, non l’avrebbe mai più guardato con gli stessi occhi pieni di fiducia che aveva ora, avrebbe pensato che lui avesse dei secondi fini, forse addirittura di essere una sua figlia illegittima…
Meglio che le cose rimanessero così com’erano.
“Sei diventato taciturno, Alfred, ho indovinato, vero?”
“Sì hai indovinato”
“Ma non vuoi parlarne, vero?”
“Vero”
“Va bene, ti capisco, anche a me fa male parlare della mia mamma, va bene così.”
“Non pensi mai a tuo padre?” Chiese Alfred, cambiando discorso.
“Ogni tanto…”
“Non ti manca? non pensi che sarà in pensiero per te?”
“A mio padre non importava più di nulla, non mi vedeva neppure se eravamo a tavola insieme, non mi rivolgeva mai una parola né un gesto gentile”
“Doveva soffrire molto…”
“Penso di sì, ma non era il solo a soffrire, non aveva il diritto di ignorarmi a quel modo. Mi ha ferito, lo odio!” Il tono di Maya si stava facendo amaro e al contempo rabbioso. Era chiaro che le ferite con cui Alfred l’aveva trovata nel bosco erano nulla in confronto a quelle che le avevano solcato l’anima. Ad Alfred dispiacque aver risvegliato sentimenti così dolorosi nella ragazzina. Non era giusto fare soffrire i bambini, ma nello stesso tempo provava compassione per quell’uomo che forse non aveva mai conosciuto un vero amore eccetto quello di sua figlia, e aveva perso anche quello a causa delle avversità della vita.
“Maya, penso che dovremmo in qualche modo avvertire casa tua perché non siano in pensiero per te …”
“non se ne parla neanche, mi cercherebbero, mi verrebbero a prendere e mi porterebbero via da te e io voglio stare qui e voglio trovare la mia mamma hai capito?”: il tono di Maya cominciava a farsi veramente agitato e arrabbiato nello stesso tempo.
Alfred cercò di rabbonirla: “non permetterò che ti succeda niente del genere, ma rassicuriamoli, perché alternativamente potrebbero sguinzagliarci dietro la gendarmeria, non credi?”
Maya rimase pensierosa e tacque per qualche minuto poi commentò: “Se gli importasse ancora qualcosa me l’avrebbe già fatto e siccome non vedo nessun poliziotto sulle nostre tracce non penso che sia così…”
“E tu che ne sai? i gendarmi se ti vogliono seguire sanno benissimo come non farsi scoprire”
“Già, dimenticavo che stavo parlando con una ex spia del esercito…”
“E chi ha mai detto di essere stato una spia dell’esercito? Non parlare di cose che non conosci e abbassa la voce”rispose Alfred bruscamente.
Maya tacque, ma penso’ di aver fatto centro; anche se Alfred non aveva mai fatto cenno al proprio ruolo durante la guerra, lei aveva capito che aveva avuto ruoli strategici e che doveva essere stato comunque un personaggio importante: certo non poteva immaginare quali e quante vicissitudini avesse vissuto, ma la sua reazione le diede da pensare. Decise comunque di tacere: non era né il luogo né il momento di farlo innervosire di più.
Dopo qualche minuto di riflessione Maya commentò: “Forse potrei fare una telefonata, o forse è meglio se mando una lettera? punto Che dici Alfred?”
“Una telefonata andrà bene, ma non dovrai dire dove ti trovi né con chi: di’ solo che stai bene, che tornerai presto e che non si preoccupino.”
La sera uscirono e fecero una lunga passeggiata allontanandosi un bel po’ dalla zona dove alloggiavano, poi entrarono in un ristorante, ordinarono una buona cena e chiesero di poter fare una telefonata. Fortunatamente, il locale era dotato di un moderno apparecchio telefonico e Maya, con l’aiuto del concierge, si fece passare dalla centralinista casa propria a Serrat: gli squilli si susseguirono a vuoto per un po’ ma nessuno rispondeva a Maya, delusa, stava per rinunciare , quando l’assistente le propose di chiamare un altro numero: sul momento non le veniva in mente nessun altro in paese che avesse il telefono poi si ricordò che suo padre lo aveva fatto installare come dono un anno a Natale nella casa dove abitava la sua vecchia governante, o meglio la sua famiglia. Ci provò e questa volta ebbe successo: la donna fu estremamente felice nel sentirla e scoprire che stava bene ed era al sicuro, tanto che ebbe quasi un tuffo al cuore. Calmatasi, le chiese subito come stava e dov’era, perché era scappata così: ” tuo padre è quasi morto di dolore non trovandoti…”” Dov’è mio padre?” Chiese Maya con voce preoccupata “non mi ha risposto al telefono…”.
La donna spiegò che l’uomo aveva subito un brutto colpo dalla sua scomparsa e ora era ricoverato in una clinica dove attente infermiere si occupavano di lui, ma che rifiutava di vivere.
“Vai a trovarlo, digli che io sto bene, sono al sicuro e sto per trovare la mamma! Andrai a trovarlo per me? Ti prego, non immaginavo che sarebbe stato così male, pensavo non gliene importasse nulla di me ..ci andrai vero? Devo salvarlo ma ora devo prima trovare la mamma…” mormorò Maya con la voce rotta e le lacrime agli occhi.
La donna, che amava Maya e la sua famiglia con tutto il cuore, la rassicurò con parole che parevano capaci di abbracciarla stretta: “Certo che ci vado, non dubitare neanche per un istante, tesoro mio! È giusto, Maya tesoro, è giusto così: trova la tua mamma! La malattia di tuo padre è una condizione mentale che lo porta a isolarsi da tutti e da tutto: non ha mai chiesto di te, non ha mai chiesto di lei…non è un uomo cattivo ma ormai si è chiuso totalmente in te stesso e si nutre solo del proprio dolore. Non parla, non esce, non va più neanche al cotonificio! Dorme quasi tutto il giorno, mangia e beve quel tanto che gli serve per non morire. Se anche tu tornassi ora non cambierebbe nulla: lo dice sempre anche il suo medico, che è suo carissimo amico da quando erano a scuola, il buon dottor Dorenne ormai non sa più cosa fare.” La donna e Maya tacquero per alcuni lunghissimi minuti, poi la ragazzina chiese se il padre avesse denunciato la sua scomparsa; la governante le rispose che sì, ci aveva pensato, ma che aveva rinunciato: ostinatamente rinchiuso nel gelo asciutto della sua pena, si era convinto di non essere degno d’amore e, indurito di cuore, aveva deciso che se sua moglie e sua figlia non lo volevano, allora lui non le avrebbe cercate mai più.
Maya rimase molto male nell’udire il triste racconto della donna, che l’aveva cresciuta con tutto l’affetto di cui era capace, che le aveva asciugato le lacrime di quando, piccola e sola, cercava per tutta la casa una madre scomparsa nel nulla e quando si aggrappava disperata alle ginocchia di un padre che non la vedeva neppure. Tuttavia non fu sconvolta da quelle parole, in fondo quella reazione non la sorprendeva, anzi quasi se l’aspettava: suo padre era un uomo di carattere debole e si arrendeva facilmente, ma per amare davvero qualcuno ci vuole infinito coraggio. Pur giovanissima, Maya di questo era pienamente consapevole.
Ringrazio’ di cuore la sua governante per le notizie che le aveva dato e le chiese di stare un po’ vicino al padre, purché lui l’accettasse, poi la saluto’ promettendole che sarebbe tornata presto, non appena avesse avuto notizie di Marianne, e che sarebbero tornate a vivere tutte e tre insieme come una volta nella sua grande casa di Serrat, questa volta per iniziare finalmente una vita davvero felice.
Maya depose la cornetta, silenziosa: il suo sguardo per la prima volta dacché la conosceva, risultò ad Alfred del tutto indecifrabile.
La telefonata da un lato aveva rassicurato Maya e Alfred sul fatto che non sarebbero stati seguiti dalla gendarmerie e che potevano condurre le loro ricerche in piena libertà, ma d’altra parte aveva profondamente ferito l’animo già provato della ragazzina, che chiese di tornare rapidamente alla locanda: aveva solo voglia di chiudere gli occhi e dormire.
Nei giorni successivi Maya rimase taciturna e ombrosa: neanche la città di Parigi con il suo incantevole fascino autunnale riusci’ a scuotere il suo animo, intorpidito e prostrato dalle tante ardue prove che aveva affrontato nelle ultime settimane. Alfred, che aveva conosciuto da vicino il dolore e la solitudine, comprendeva istintivamente il suo bisogno di silenzio e nel contempo sentiva che la bambina necessitava della sicurezza di avere qualcuno accanto a lei; taceva anche lui, conscio che inutili sarebbero state semplici parole di circostanza e dolorose tutte le altre.
Maya avrebbe parlato quando fosse stata pronta ed a quel punto egli sarebbe stato lì per lei, qualunque qualunque cosa avesse voluto dire o fare, qualunque sarebbe stata la sua reazione. Nel frattempo i due giravano per Parigi alla ricerca di qualche altra traccia della donna scomparsa, il camminare senza meta e senza un piano preciso poteva sembrare inutile, ma in realtà dava a entrambi modo di fare spazio nell’anima e riordinare la massa di pensieri aggrovigliati che si era creata dentro di loro e, poco a poco, far posto alla pace.
In quei giorni lenti, a poco a poco le ferite di Maya iniziarono a dolere un po’ meno ed Alfred ebbe modo di schiarirsi le idee e tentare di elaborare un piano di indagine che avesse un po’ di senso, un minimo di struttura: non potevano pensare certo di setacciare tutta la città senza una logica qualunque.
Nella sua mente, l’uomo cercava di concentrarsi sul personaggio di Marianne: i suoi interessi, le sue passioni, il suo carattere, tentava di immaginare cosa mai avesse potuto spingerla a fuggire in quel modo, abbandonando una figlia piccola, che sicuramente amava perdutamente. Da questa base sperava,quindi, di capire dove sarebbe potuta andare e perché.
La vera domanda era quella: perché? Perché Marianne era fuggita? Perché aveva abbandonato sua figlia?
Già, ma dove trovare queste risposte? Alfred brancolava nella nebbia parigina che si era insinuata nelle sue ossa sotto il pastrano, arrovellandosi fra mille domande.
D’un tratto, nel suo mutacico riflettere, si rese conto che la risposta doveva cercarla proprio accanto a sé: come aveva potuto non vedere e non capire? Come? Come aveva fatto a non rendersi conto per tutto quel tempo che l’unica vera fonte di informazioni su quel caso era la bambina che aveva con sé giorno e notte?
Il marito di Marianne, qualunque cosa sapesse, era comunque fuorigioco, ma Maya …Maya era sempre stata in quella casa e poteva aver sentito qualcosa, percepito qualcosa, particolari che si erano depositati nella sua mente allora inconsapevole, e che ora giacevano sopiti nei suoi ricordi di bambina, di cui ora non si rendeva conto. Anche minimi dettagli potevano essere d’aiuto in quel caso, diamine come poteva essere stato così cieco!
Alfred decise così di coinvolgere Maya direttamente nella pianificazione del loro progetto: lavorare un po’ non avrebbe potuto farle altro che bene.
Unafiabaperte: Maya
Una bambina sola in un bosco, in fuga, un vecchio pastore solitario, il suo fidato cane, sono i protagonisti del nuovo avvincente racconto che verrà pubblicato a breve. Capitolo dopo capitolo, vi prenderanno per mano e condurranno dentro le loro storie, sino ad un finale inatteso. Buona lettura!
AMI TOMAKE
Madre e bambino sono soli nell’umile stanza.
Madre e bambino sono in un mondo tutto loro: nessuno li può disturbare, nulla può turbare la loro intimità.
Il bambino, in braccio alla madre, dorme tranquillo e sogna di prati infiniti, dove l’erba è accarezzata dal vento sotto un cielo azzurro; sogna di onde del mare, di nuvole soffici su cui giocare con gli angeli.
E’ una voce sommessa, quella della madre, che lo culla e gli canta una ninna nanna antica…ami tomake…balo bashi baby… una canzone semplice, fatta di queste sole poche parole e d’una melodia ripetitiva, che evoca e trasmette pace.
Non importa quanto la madre possa essere stanca, ferita, affamata, sopraffatta; non importa se fuori ombre scure minacciano lei e il suo bambino. Lei cullerà sempre suo figlio, non smetterà mai di essere presente per lui, anche quando i suoi capelli saranno diventati radi e grigi e le sue mani grinze e dolenti, curva la schiena come lo è ora, mentre si china su di lui per cullarlo e accompagnarlo nel sonno.
Nella casa, non sono soli.
Il padre, nella stanza accanto, nutre e accudisce i bambini più grandi ed ogni tanto getta un’occhiata piena d’amore alla madre e all’ultimo dei suoi figli, attraverso la porta socchiusa. Lui è lì e ci sarà sempre per loro; anche quando la fatica del duro lavoro dei campi avrà logorato il suo corpo, anche quando gli spari avranno terrorizzato il suo sonno, mai si sarà prostrato il suo spirito.
Silenzioso; è uomo di poche parole e molti gesti: attraverso la cura trasmette l’amore che custodisce nel cuore.
Chi sa se ci saranno altri bambini dopo di loro…chi sa se ci sarà un giorno dopo questa notte…
Qualunque cosa riservi loro il destino, padre e madre saranno lì per ognuno dei loro figli, con costanza, giorno dopo giorno, amandoli e proteggendoli uno per uno, con ogni briciolo delle loro forze e ogni cellula del loro cuore.
Come se ognuno di loro fosse figlio unico, perché unica è ogni creatura per i suoi genitori. E speciale: il dono più prezioso, più importante del cielo e della terra, delle stelle e del mare; più forte della loro stessa fame, del loro stesso bisogno di respirare, e dormire, e vivere.
Padre, madre, fratelli e sorelle saranno un’unica cosa per sempre, anche quando ogni bambino sarà cresciuto e camminerà con i suoi piedi lungo le strade polverose del mondo, anche quando saranno le sue le braccia che dovranno imbracciare aratri o fucili per proteggere e nutrire i suoi figli.
Ami tomake, balo bashi baby…ti voglio bene…dormi bambino, dormi, che io ti proteggo.
Non dimenticare bambino, che non sei solo, non sei mai stato solo e mai lo sarai, anche quando ti sembrerà che intorno a te tutto stia esplodendo e solo il vuoto infinito ti sembrerà di avere intorno a te. Anche quando la vita ti soverchierà e resistere e combattere ti sembrerà impossibile, o inutile.
Madre, padre, fratelli e sorelle saranno per sempre un’unica cosa, legati per sempre da un legame d’amore che li salverà sempre e sempre li ritroverà, ovunque si saranno smarriti.
Ami tomake… balu bashi baby.
Ti voglio bene bambino mio.
Questo racconto è dedicato a tutti i bambini e a tutte le famiglie che in questo momento in Afghanistan stanno subendo un ingiusto e tragico destino; la ninna nanna citata è disponibile su YouTube in varie versioni, il titolo è in bengalese e si può facilmente tradurre con google traduttore…a voi la ricerca e buona lettura!
#nonsitoccanoibambini
#Afghanistan
Il principe Giulio e l’artigiano
Giulio era un principe e in quanto tale era un ragazzo molto fortunato.
Viveva in un castello, circondato da servitori, cavalieri e dame, pronti a servirlo ed accontentarlo in ogni suo più piccolo desiderio.
I suoi genitori, re Carlo e regina Maria Teresa, lo adoravano e passavano ogni loro momento libero con lui, assecondando ogni sua richiesta, un po’ anche per farsi perdonare le lunghe assenze, dovute ai numerosi impegni che il loro importante ruolo imponeva loro.
Per molto tempo re Carlo, regina Maria Teresa e principe Giulio furono una famiglia davvero felice. Il regno era prospero e in pace: nessun pericolo lo minacciava, il popolo viveva sereno e laborioso e la famiglia reale era amata da tutti.
Verso i dieci anni, però, principe Giulio iniziò a soffrire di una strana malattia: non si trattava di febbre o mal di pancia, non aveva raffreddore né allergie, non gli doleva la testa e non si era rotto un osso cadendo da cavallo, eppure non stava bene.
Re Carlo e regina Maria Teresa erano preoccupati per quel loro adorato figlio, che ultimamente non sembrava più lo stesso: il colorito era pallido, mangiava poco e parlava ancor meno: l’unica cosa che faceva era starsene nelle sue stanze e guardar fuori, sbuffando di tanto in tanto.
“Cosa ti succede figlio mio?” gli chiese un giorno la regina.
“Mi annoio” fu la risposta del principe Giulio.
“Allora ho io la soluzione!” esclamò la regina, sollevata, e comandò subito ai servitori che andassero a comprare nuovi balocchi per il ragazzo.
Per un po’ la cosa sembrò funzionare e principe Giulio tornò il ragazzo ciarliero e sorridente di un tempo.
Purtroppo, però, dopo poche settimane, la strana ombra sul volto del principe tornò a far capolino.
“Cosa ti succede figlio mio?” tornò a chiedere la regina.
“Mi annoio” rispose di nuovo sbuffando il giovane.
“Allora so io quel che ti ci vuole” rispose, di nuovo sollevata la madre, cui il problema pareva in fondo un po’ banale.
Mandò a chiamare il gran ciambellano di corte e gli ordinò di convocare il miglior circo del regno, affinché saltimbanchi, domatori ed acrobati riportassero il sorriso sul volto del figlio.
Anche questa volta il rimedio sortì l’effetto sperato e il principe tornò a ridere e scherzare.
Ma di nuovo, il beneficio fu di breve durata e dopo pochi giorni il viso del ragazzo tornò ad oscurarsi.
Il sovrano decise allora di intervenire personalmente e porre fine a quella situazione che, ormai, lo preoccupava anche più degli affari di stato.
“Cosa ti succede figlio mio?” chiese re Carlo.
“Mi annoio” rispose sbuffando principe Giulio.
“Allra so io quel che ti ci vuole!” esclamò il padre sollevato.
Chiamò a raccolta i suoi consiglieri e organizzò per il principe un’agenda così fitta di attività che di certo, pensò, non avrebbe lasciato spazio alla noia. Lezioni di scherma, tiro con l’arco, francese, inglese, violoncello e poi feste, feste e ancora feste.
Il re e la regina cancellarono molti dei loro impegni di Stato per stare accanto al giovane principe annoiato e lo accompagnarono per ogni dove; trascorsero anche una bella vacanza tutti e tre insieme nella residenza estiva delle Loro Maestà, re Enrico e regina Luisa, loro parenti, sulla meravigliosa costa della Provenza: lì, il principe Giulio potè divertirsi con i cugini, trascorrendo belle giornate a cavalcare e divertirsi in compagnia.
Eppure una sera, a cena, tutti e quattro i sovrani, genitori e zii del giovane principe, videro comparire di nuovo l’espressione ormai ben nota sul viso del ragazzo: l’ombra della Noia era tornata.
“Che volete che vi dica: mi annoio.” disse principe Giulio sbuffando, leggendo nello sguardo dei genitori e degli zii quella muta domanda.
Re Carlo e regina Maria Teresa ora iniziavano davvero a preoccuparsi.
Tornati a casa consultarono i migliori medici del regno e tutti i saggi che conoscevano, stregoni compresi: che fosse un sortilegio? Una malattia?
Neppure la sua tata, che lo conosceva meglio di chiunque altro, non sapeva spiegarsi quel suo umor nero.
“Si annoia…” rispondevano tutti, allargando le braccia. Sembrava che nessuno sapesse come aiutare il ragazzo e ognuno, ormai, a corte aveva fatto l’abitudine a quella piega in giù delle labbra di Giulio, tanto che era stato soprannominato: “il principe col broncio”.
Poco per volta, anche i sovrani iniziarono a rassegnarsi e dovettero tornare ai loro impegni: del resto come regnanti, avevano importanti responsabilità…
Dopo qualche tempo, però, avvenne qualcosa di singolare.
Mentre il re e la regina erano lontani dal castello per un viaggio di rappresentanza, giunse a corte un artigiano: un buon uomo del villaggio che era stato convocato dal gran ciambellano per riparare il portone delle scuderie reali, ormai usurato dal tempo e dalle intemperie.
L’artigiano si mise al lavoro: portò alle stalle tutti i suoi attrezzi e iniziò a riparare il portone malandato.
Un pomeriggio principe Giulio si era recato nel parco del castello a passeggiare solo soletto e camminando camminando era giunto fino alle stalle; lì vide l’artigiano al lavoro: la vista lo incuriosì e per un po’ rimase ad osservarlo tenendosi un po’ in disparte, poi, cautamente, si avvicinò.
“Chi siete?” domandò il principe.
“Sono un artigiano” rispose l’uomo.
“Cosa fate?” domandò il principe.
“Riparo il portone” rispose l’uomo.
“Posso guardarvi?” domandò il principe.
“Certo, se ne avete voglia e non vi annoiate troppo” rispose l’uomo.
Principe Giulio sedette su un ceppo e rimase ad osservare in silenzio l’artigiano che lavorava: toglieva le assi rovinate, le sostituiva con quelle nuove, le levigava, le verniciava e infine le inchiodava al portone.
Si sentiva soltanto il suono del lavoro dell’uomo, cui si sovrapponevano di tanto in tanto il canto di qualche uccello e il mormorio del vento tra le fronde degli alberi: nient’altro.
Principe Giulio era assorto: ammirava le mani sapienti dell’artigiano che si muovevano con maestria. Scrutava le rughe intorno agli occhi dell’uomo, mentre li socchiudeva per vedere meglio.
A poco a poco il ragazzo iniziò a percepire i profumi della natura che lo circondava: la resina del legno, gli aromi del bosco portati dalla brezza leggera; cominciò ad ascoltare i suoni prodotti dagli strumenti del falegname, ad ammirare le venature del legno e i colori autunnali delle foglie degli alberi, accese dalla luce dorata dell’autunno.
“Posso provare?” domandò il principe.
“Certo, se ne avete voglia e non vi annoiate troppo” rispose l’uomo.
Il giovane prese una lima e iniziò a levigare una tavoletta di legno, avanzata dalle assi scartate, seguendo l’esempio dell’artigiano.
“Dovete avere pazienza e costanza: è un lavoro duro e i risultati richiedono tempo” lo avvertì l’uomo.
Giulio proseguì: lentamente vedeva il suo lavoro procedere; chiese al falegname come usare lo scalpello ed egli, pazientemente, glielo mostrò. Un vecchio e un ragazzo seduti l’uno accanto all’altro lavorarono per ore, quasi senza parlare, avvolti dalla luce tiepida del pomeriggio di ottobre.
Gradualmente, la tavoletta di legno di scarto prendeva forma fra le mani inesperte di Principe Giulio, che aveva iniziato a scolpire la sagoma di un cervo, senza rendersi conto del tempo che passava. Poi prese un’altra tavoletta scartata e iniziò a tracciare l’immagine del volto di un folletto.
“Cosa fate?” domandò l’uomo.
“Scolpisco” rispose il principe.
“Perchè?” domandò l’uomo.
“Perchè è bello” rispose il principe.
“Avete ragione” commentò l’uomo osservando il lavoro del ragazzo “Avete talento! Tornate domani, ormai si sta facendo tardi” concluse, iniziando a riporre gli attrezzi.
“Grazie di avermi insegnato! Vi auguro buona notte! A domani!” rispose Principe Giulio.
Al castello vi era stato per tutto il pomeriggio un gran fermento: non trovando il principe, tutti quanti erano in allarme e il Gran Ciambellano tirò un sospiro di sollievo vedendolo tornare.
“Dove siete stato? Eravamo tutti in pensiero per voi!” lo rimbrottò la sua tata, accompagnandolo nelle sue stanze per il bagno “e cosa mai avete combinato! Siete pieno di segatura!”
“Sono stato in giro” rispose il principe, senza dare altre spiegazioni.
Quella sera, dopo cena, principe Giulio si ritirò stanco e soddisfatto, non senza aver rivolto ai suoi servitori un’eccentrica richiesta: “Potrei avere gli abiti del garzone per domani mattina, per favore?” aveva domandato.
“Ma certo, Principe Giulio!” aveva risposto il valletto, chiedendosi il perché del “per favore” e, soprattutto, di una così curiosa pretesa, ma rinunciò a chiederglielo: chissà cosa aveva in mente il principe col broncio…
In effetti, la ragione era semplice: Giulio aveva solo osservato che il garzone aveva più o meno la sua stessa statura e i suoi abiti sarebbero stati molto più comodi per lavorare…
L’indomani mattina il ragazzo si alzò presto, fece colazione rapidamente e, senza farsi notare, si cacciò in tasca del pane e formaggio, poi indossò gli abiti del garzone e uscì, senza dire a nessuno dove sarebbe andato.
Così, giorno dopo giorno, la storia si ripetè: la mattina principe Giulio andava alle scuderie, raggiungeva l’artigiano e proseguiva il suo lavoro per tutto il giorno; i due quasi non parlavano: lavoravano e condividevano un semplice pasto.
Dopo qualche settimana, il portone fu finalmente riparato: grazie agli intarsi del giovane scultore, inseriti artisticamente fra le rustiche assi di legno, era diventato una vera opera d’arte!
“Cosa farete domani?” domandò principe Giulio all’artigiano.
“Tornerò alla mia bottega e inizierò un nuovo lavoro” rispose l’uomo “E voi?”
“Anch’io inizierò un nuovo lavoro” rispose il principe e lo ringraziò di cuore, congedandosi.
“Vi saluto anch’io!E’ stato un piacere conoscervi!” lo salutò l’artigiano. Vedendolo allontanarsi, l’uomo si rese conto che per tutto quel tempo non aveva mai chiesto al giovane chi fosse e come si chiamasse, ma era ormai tardi per rimediare: il ragazzo era già lontano.
Qualche tempo dopo, re Carlo e regina Maria Teresa tornarono dal loro viaggio: rincasando, trovarono il figlio nuovamente roseo in volto, un poco abbronzato, con le mani rovinate dal lavoro e un’espressione vivace dipinta in viso.
“Cosa ti succede figlio mio?” chiesero il re e la regina.
“Seguitemi!”
Il principe non rispose, ma li accompagnò invece alle scuderie, fiero di mostrare loro il frutto del suo paziente lavoro, che suscitò la viva ammirazione dei suoi genitori, felici di vedere loro figlio finalmente guarito, da qualunque cosa gli fosse successa.
Infine orgoglioso di sé, grazie ad un uomo semplice, che tuttavia aveva saputo restituirgli la capacità di trovare in se stesso i propri talenti e di meravigliarsi di fronte alle cose più semplici, il Principe Giulio aveva sconfitto la Noia e ritrovato la Felicità.
FINE

