Storia di una bambina che imparò la libertà

In un piccolo paese di montagna, in una mattina che tirava un gelido vento di neve, nacque un giorno una bambina.

Quando venne al mondo, ella sembrava fragile e delicata come un bucaneve appena spuntato dalla neve gelata, minacciato dai cani randagi che mugolavano in cerca di cibo, annusando l’aria fredda del primo mattino. I suoi genitori, nel vederla così minuta e indifesa, associarono l’idea della sua nascita alla nevicata soffice di quei giorni e la chiamarono Bianca. 

Passò il tempo e l’inverno lasciò il posto alla primavera, poi all’estate e infine all’autunno. Bianca cresceva, fra le amorevoli cure dei suoi genitori e dei nonni, che litigavano fra loro per contendersi il privilegio di accudirla. Un inverno dopo l’altro, un’estate dopo l’altra, passarono gli anni e Bianca si fece fanciulla, poi ragazzina e quindi giovane donna. 

Il suo aspetto, nel corso degli anni, era rimasto quello della sua prima infanzia; esile e delicata, la giovane viveva sotto l’amorevole ala protettiva della sua famiglia, che l’avvolgeva come una calda trapunta imbottita di piume; ogni incombenza ed ogni preoccupazione le erano risparmiate a causa della sua presunta fragilità. 

Di quella protezione, Bianca godeva come di un tenero abbraccio, ma, ad un certo punto, ella cominciò ad avvertire una strana sensazione dietro le spalle: non sapeva spiegare cosa provasse con esattezza: a tratti pensava di soffrire di allucinazioni, perché le pareva, muovendosi, di avvertire un fruscio dietro di sé: allora, si voltava di colpo e guardava indietro, senza, però, riuscire a scorgere mai nulla. 

“Sarà che sto diventando matta…sempre qui da sola fra i monti…” rimuginava, inquieta.

Giorno dopo giorno, però, il fruscio si faceva sempre più insistente, così la ragazza, senza dir nulla a nessuno, pensò bene di farsi visitare dal medico del paese. 

“Mia cara, non c’è niente di niente che non vada in te, ti conosco da quando sei nata e ti assicuro che godi di ottima salute!” la rassicurò il dottore.

“Sarà…” pensò Bianca, passeggiando lentamente. Tuttavia, il medico era riuscito, col suo fare sicuro e gentile, a tranquillizzarla.

Tornando verso casa, la giovane decise di compiere un antico rituale, che da piccola la nonna le aveva descritto: un antico segreto, dotato di un grande potere e tramandato di generazione in generazione nella loro famiglia. Scelse un grande albero lungo il sentiero, lo osservò a lungo e decise che i suoi rami erano forti abbastanza, le sue radici e il tronco saldi e potenti contro le intemperie, la chioma, ampia e folta, sicura e protettiva contro la pioggia e la calura estiva. Scelto il luogo, si inginocchiò e con le mani nude scavo’ una piccola buca vicino alle radici della pianta, poi sporco’ il proprio volto con un po’ di quella terra, la rimosse con un fazzoletto e poso’ la stoffia nel cavo, si strofinò le mani con delle foglie e le pose sopra il fazzoletto sporco, nella terra smossa, si lavò con l’acqua della sua borraccia e lasciò cadere anch’essa nella buca, infine la ricoprì del tutto. Con la terra, le foglie e l’acqua aveva seppellito anche i suoi pensieri e l’albero grande li avrebbe protetti per sempre.

Dopo qualche tempo, il disturbo sembrava passato e Bianca aveva ripreso la spensierata vita di sempre, ben protetta in grembo alla sua famiglia. 

Una sera, mentre ammirava il tramonto dietro le montagne, avvertendo un non so che di malinconico nell’aria fresca di settembre, si accorse che c’era qualcosa di strano nella sua ombra. Il sole, che scendendo dietro le cime delle montagne proiettava ombre lunghe lunghe sul prato, le aveva disegnato una specie di gobba dietro le spalle. 

“Che sarà mai? “ pensò un poco allarmata la giovane “domani tornero’ dal dottore” 

Così, un po’ agitata, la mattina seguente la fanciulla si incamminò di nuovo verso l’ambulatorio del medico, il quale la ricevette cordialmente e, anche questa volta, la rassicurò sul suo perfetto stato di salute. 

Pensierosa, Bianca tornò a casa. 

La madre la vide seduta sotto la quercia del giardino e le si avvicinò. 

“Cosa ti succede figlia mia? Sei turbata…” 

“Da un po’di tempo mi sento strana, è come se mi mancasse qualcosa…poi mi sento un fruscio strano dietro le spalle e l’altra sera credevo di avere la gobba…madre, dimmi, sto impazzendo?” scoppiò in lacrime la giovane. 

La madre l’abbracciò forte e la tenne stretta al petto finché la ragazza non smise di singhiozzare e il suo respiro si placo’. 

“Sto impazzendo, madre? Sto morendo? Dimmi la verità!” implorò Bianca quando ebbe ritrovato la capacità di parlare. 

“Ma certo che no, tesoro mio! La spiegazione è semplicissima!” 

“Semplicissima? Ma se anche il dottore non ha trovato nulla che non va…” 

“Cosa vuoi che trovi il dottore?! Lui ti ha visitato, ti ha auscultato, guardato e toccato, ma non ti ha visto”. 

“Cosa vuol dire mamma?” chiese stupita e un po’ confusa la giovane.

“A volte per capire le persone non basta interrogarle, sentir loro il cuore, i polmoni o tastare la pancia…bisogna guardarle dentro, con gli occhi del cuore”.

“E tu lo sai fare, madre? Sai dirmi cosa c’è che non va in me?” .

“Ovvio, sono tua madre, saresti dovuta venire prima da me e ti saresti risparmiata tutte queste lacrime” rispose la madre alzandosi in piedi e asciugandole il viso. Poi, piano, si porto’ dietro le spalle della figlia. 

“Che fai?” disse Bianca sentendo le mani della madre armeggiare con il suo golfino e aprendole la camicetta allacciata sulla schiena 

“Libero le tue ali, figlia mia, è ora che tu prenda il volo”.

In un attimo, dalle scapole della giovane apparve un meraviglioso paio di ali bianche e lucenti che si spalancarono e iniziarono a ondeggiare nel vento. 

Sconvolta, la giovane si alzò e i suoi lunghi capelli castani si sciolsero sulle spalle: era una meravigliosa visione, quella di una giovane fata pronta a spiccare il volo. 

“E ora va’, figlia mia adorata, e sii felice” la salutò la madre con un abbraccio. 

Bianca spicco’ il volo e, voltandosi,sorrise alla madre che l’aveva resa libera. 

Chissà se si accorse di una lacrima muta che piano cadde dagli occhi e scivolò sul viso della donna, che sorridendole le aveva donato la vita 

Da allora, ogni anno, nella mattina del giorno della sua nascita, in mezzo alla neve del giardino di casa sua, spunta un mazzo di meravigliosi bucaneve: è Bianca, che puntualmente torna a casa, per salutare la mamma. 

Storia di un mago e di un pittore

Un tempo, in un piccolo villaggio, viveva un vecchio pittore, che ogni giorno lavorava nella sua bottega dal mattino presto sino a sera inoltrata, creando opere di una tale bellezza, che molti venivano a fargli visita anche dai paesi vicini per ammirarle. Un giorno capitò da quelle parti un giovane forestiero, alto, forte e di bell’aspetto: era un mago che aveva intrapreso un lungo viaggio senza una meta precisa, per conoscere il mondo e apprendere i segreti della sua arte. Venuto a sapere delle meravigliose opere del pittore, aveva deciso di visitare la bottega, senza però farsi riconoscere come uomo di scienza e di magia. Travestitosi da contadino, il giovane si recò dal pittore e chiese di poter ammirare i suoi famosi lavori. Questi, che era uomo di cuore generoso e aperto, lo invitò ad entrare e gli offrì persino del formaggio e del vino da gustare insieme, mentre gli mostrava i suoi dipinti. Il mago rimase profondamente colpito dalla meraviglia dei colori e delle forme: esse, infatti, avevano una tale naturalezza da sembrare vive e reali. Finita la visita, ringraziò e se ne tornò alla locanda presso cui aveva preso alloggio.

La sera, dopo aver cenato, il giovane mago provò e riprovò a prendere sonno, ma tutto fu inutile: davanti agli occhi aveva sempre le immagini che aveva ammirato nel corso di quella giornata, ma, stranamente, non era felice: anzi una sottile inquietudine lo pervadeva. Più ci pensava e più gli saliva nel petto una grande rabbia, alla quale nemmeno lui sapeva dare un nome o un perché. Durante quella lunga notte insonne, il mago elaborò un piano per vendicarsi del pittore, che riteneva responsabile della profonda infelicità che lo aveva colto: gli avrebbe impedito di dipingere, privandolo di tutti i pennelli.

Appena fece giorno, in un’alba fredda e nebbiosa, il mago fece fagotto e ritornò al suo laboratorio, in una torre di un castello remoto, immerso in una fitta foresta. Lì, con tutti i suoi libri e strumenti di lavoro, produsse un incantesimo speciale, diretto contro il virtuoso pittore. Trepidante, attese il calar delle tenebre e quella notte, sorta la luna, si recò nei pressi di una radura nel mezzo della boscaglia, dove era solito praticare le sue magie. Giunto al centro dello spiazzo erboso, si concentrò e pronunciò le parole magiche, poi, sicuro dell’efficacia del proprio sortilegio, soddisfatto, se ne tornò alla sua torre e dormì a lungo, di un profondo sonno ristoratore e senza sogni.

Qualche giorno dopo, decise di controllare  da vicino se il suo incantesimo avesse effettivamente ottenuto l’effetto desiderato e tornò nel villaggio del pittore, con indosso lo stesso travestimento da contadino che aveva utilizzato la prima volta: stupito, si accorse che il pittore lavorava ancora ed anzi, la folla dei suoi ammiratori era aumentata. Roso dalla rabbia, decise di recarsi alla bottega, dove scoprì che l’artista, al quale -raccontavano in giro- erano inspiegabilmente scomparsi tutti i pennelli qualche giorno prima, aveva preso a dipingere con le mani, creando opere ancora più strabilianti delle precedenti.

Furioso, il mago tornò al suo castello e, dopo aver camminato avanti e indietro nella sua torre per tutto il giorno, prese la sua decisione: questa volta avrebbe privato il pittore di tutte le sue tele e con ciò quel fastidioso imbrattatore avrebbe certamente smesso di infastidirlo.

Di nuovo lavorò per ore, consultando i libri magici ed infine elaborò il suo secondo incantesimo. Scesa la notte, tornò alla radura nella foresta e alla luce della luna pronunciò le parole magiche, poi, ancor più soddisfatto, tornò alla torre e si addormentò. Questa volta, tuttavia, il suo sonno non fu così placido, bensì tormentato da sogni cupi e agitati.

Ansioso di controllare il risultato del suo maleficio, dopo qualche giorno il mago tornò nuovamente nel villaggio e, sempre travestito da contadino, si recò alla bottega; bussò, ma nessuno gli rispose: la porta era socchiusa, così entrò. Nella stanza non c’era nessuno: pensando di averla avuta vinta e aver finalmente posto fine al successo del pittore sghignazzò di gusto e, con cuore allegro, decise di fare una passeggiata per le vie del villaggio per sgranchirsi un po’ le gambe. Quale non fu la sua sorpresa nel vedere le molte persone che gironzolavano per la piazza e per le strade del paese, ammirando le meravigliose pitture che erano comparse sulle facciate delle case e del palazzo del popolo! Anche questi dipinti erano naturalmente opera del vecchio pittore, che, avendo misteriosamente visto sparire tutte le sue tele qualche giorno prima, aveva deciso di dipingere sui muri della città.

La rabbia del mago e la sua frustrazione furono talmente profonde, che la sua determinazione nel distruggere colui che aveva ormai preso a considerare il suo peggior nemico divenne ancora più feroce. Tornato al castello, elaborò un terzo incantesimo, ancora più potente: questa volta avrebbe privato il pittore della luce, per impedirgli di vedere, in modo che non potesse mai più dipingere. Questo compito gli costò molti e molti giorni di intenso, febbrile lavoro, ma alla fine riuscì nel suo intento e crollando a terra, esausto, svenne.

La mattina seguente, nel guardarsi allo specchio si accorse che il suo viso era cambiato: non c’era traccia del giovane uomo, forte e sano di un tempo, ma il volto che vedeva riflesso era stanco e ingiallito, segnato dalla fatica, spento lo sguardo. Incurante, rise per il suo successo e attese febbrilmente la notte per poter dar vita all’incantesimo e con esso alla sua maledizione.

Giunta l’ora, tornò di nuovo nella radura e sotto la luce della luna, pronunciò il sortilegio, poi torno’ alla torre e di nuovo si addormentò.

Passarono i giorni e il mago sentiva crescere dentro di sé il desiderio incoercibile di sapere come era andato a finire il suo lavoro, tuttavia non osava tornare nel villaggio, temendo che qualcuno potesse insospettirsi nel veder tornare quel contadino forestiero sempre all’indomani delle disgrazie che colpivano il pittore. Così, decise di scrivere al locandiere che lo aveva ospitato nelle sue precedenti visite, per chiedere notizie degli abitanti del villaggio, fingendosi in amicizia. Venne così a sapere che il vecchio pittore era diventato cieco e la cosa aveva rattristato tutti, ma che fortunatamente, dopo i primi giorni di sconforto e disperazione, l’artista aveva ripreso a dipingere. Nonostante fosse immerso nel buio più completo, egli ora creava le sue opere seguendo le immagini nella sua mente e sceglieva i colori seguendo le passioni che muovevano il suo cuore, facendosi aiutare da qualche ragazzo del paese. Usava le mani, poiché non aveva più pennelli, dipingeva lungo i ponti, sui muri, lungo le strade e sulle fontane del villaggio, sui volti degli abitanti persino, poiché non possedeva più tele. Certo, la triste ed inspiegabile sorte che aveva colpito il pittore aveva suscitato domande e perplessità in molti fra gli abitanti del paese, che non sapevano proprio spiegarsi il perché di quell’infausto susseguirsi di eventi. Ciò nonostante, la fama dell’artista si era diffusa a tal punto, che i visitatori erano giorno dopo giorno più numerosi; il sindaco aveva dato avvio alla costruzione di tre nuovi alberghi per accogliere gli ospiti e alcuni fra i più famosi luminari della medicina di quella regione si erano offerti di prestare la propria opera gratuitamente, purché il pittore potesse riacquistare la vista.

Il mago, a quel punto, era più furente che mai: mandò all’aria tutti i libri di magia del suo laboratorio, tutti gli alambicchi, i calderoni e le provette con le polveri magiche; il suo grido di rabbia rivolto al cielo risuonò così forte che tutti gli alberi della foresta persero le foglie, come se fosse prematuramente giunto l’inverno.

Il mattino seguente, guardandosi allo specchio, il mago vide riflesso un viso scheletrico e smunto, talmente pallido da essere quasi trasparente, con gli zigomi tanto affilati che quasi gli tagliavano la pelle, e gli occhi infossati, cerchiati da ombre scure, risplendevano di una luce sinistra, quasi folle.

Allora decise di affrontare il pittore a viso aperto. Si recò nel villaggio senza ricorrere più ad alcun travestimento, vestito delle sue proprie vesti, ora lacere e sporche. Giunto alla bottega del pittore sbraitò: “Tu, imbrattatore di tele, chi credi di essere per continuare a sfidarmi? Non sai forse chi sono io?”

“Non posso vederti e non riconosco la tua voce: se non so chi sei, dimmi, straniero, perché mai dovrei sfidarti?” rispose il vecchio con voce pacata.

“Io sono il più potente mago del mondo intero e tu, tu: non far finta di niente: come credi ti siano successe tutte queste sventure?” continuò il mago, ormai fuori di sè.

“A maggior ragione, se sei il più potente mago del mondo, come potrei io, un umile pittore di un piccolo villaggio, sfidarti? E soprattutto, ti chiedo ancora, perché dovrei volerlo? Io sono felice qui nella mia bottega e con i miei dipinti e non ho bisogno di sfidare nessuno, men che meno qualcuno che non conosco ” ribadì il pittore senza mostrare il minimo timore “anzi, sono io che ti chiedo, perché , se le mie disgrazie sono opera tua, perché hai voluto punirmi, giacché io non ti conosco e non ti ho fatto torto alcuno?”

“Tu mi conosci, sì, mi conosci: io sono quel contadino che più volte è venuto a trovarti negli ultimi tempi. Tu mi conosci e sai perché ti ho punito?Dimmi, pittore, non intuisci il perché?” continuò il mago “Io ti ho colpito perché tu mi fai del male: i tuoi quadri mi rendono furioso: ogni volta che ti vedo dipingere o guardo uno dei tuoi scarabocchi sale in me una rabbia incontrollabile, come l’onda di un mare nero in tempesta, perciò in ogni modo ho provato a impedirtelo: ma tu niente! Tu ti ostini a dipingere, facendoti beffe di me, dei miei poteri e dei miei sortilegi! E non la chiami una sfida, forse, questa?” grido’ il mago, in preda all’ira.

“Certo che no, io dipingo perché questo mi rende felice, non certo per far dispetto a te! E’ la mia natura, non posso farne a meno; dipingerei in qualunque situazione, anche se nessuno al mondo apprezzasse i miei quadri. I miei dipinti sono parte di me: perché mai questo ti faccia arrabbiare tanto, questo non lo comprendo, così come non capisco perché tu pensi che io dovrei aver voglia di sfidare un contadino, o un mago, che nemmeno conosco: rispondimi, sai spiegarmelo dunque tu, che sei il mago più potente del mondo?”

Lo stregone tacque, ammutolito.

Di colpo era senza parole. la sua rabbia era svanita nel nulla, dispersa come i petali di un soffione nel vento, disciolta come neve al sole, scoppiata senza lasciare traccia di sé, come una bolla di sapone. La sua mente non sapeva più trovare parole da dire né la sua voce avrebbe più potuto pronunciarne alcuna. Il pittore, che egli aveva eletto a suo acerrimo nemico, non si era mai neppure accorto di lui, non sapeva nulla della sua potenza, della sua magia, nemmeno aveva idea della sua stessa esistenza.
Allora, cadde in ginocchio, il capo chino e due lacrime silenziose gli solcarono il viso sporco di polvere e pallido di stanchezza.

Nel silenzio, il pittore si chino’ a sua volta e sedette a terra accanto al mago, gli prese il volto fra le mani e lo esploro’: la fronte, il naso, gli occhi rivelavano all’artista il profondo dolore e il turbamento, con cui il mago aveva convissuto per tutti quei lunghi mesi. Le mani del mago, strette fra quelle del pittore, tremavano.

“Io non posso vedere il tuo volto, mago, ma posso sentirlo, non posso vedere le tue mani ma percepisco il loro fremito, Io sento scorrere tanto dolore in te, avverto in me la tua stanchezza, ascolto le parole di un uomo infelice e ne asciugo le lacrime di disperazione” disse piano il vecchio.”

“Mago”, continuò, ” non sono io il tuo nemico, ma tu stesso, poiché non hai saputo riconoscere il vero valore della magia che possiedi: in essa è la tua via per la felicità, come per me lo è nella pittura, ma tu non hai saputo accoglierla e hai preferito rivolgerla contro di me” affermò tristemente l’artista.

Il mago rimase in silenzio per un po’, poi altre lacrime di ghiaccio presero a solcargli il viso, cadendo sulle mani del pittore.

“Non tutto è perduto” continuò quest’ultimo “in fondo, sei il più potente mago del mondo, certamente saprai trovare un incantesimo che possa aiutarti a ritrovare te stesso”

“Grazie” rispose il mago con un un filo di voce “ma ho distrutto tutti quanti i miei strumenti”

“Mago, devi trovare la forza per quest’ultimo sforzo, lo farai per difendere la tua stessa vita, ricordalo” concluse il pittore tenendolo per le spalle, poi lo congedò.

Il mago tornò lentamente alla sua torre, senza ricorrere alla magia. La strada fu lunga e difficile. Quando arrivò a casa, le sue vesti già consunte erano lacere, i suoi stivali distrutti e i piedi, pieni di vesciche, sanguinavano per il tanto camminare. Il suo cuore, però, era più leggero: la rabbia lo aveva abbandonato ed ora era solo colmo di un silenzio tranquillo e assorto, severo ma caldo. Salì faticosamente i gradini del castello per tornare al suo laboratorio in cima alla torre e trovò tutto come lo aveva lasciato: in pezzi. Solo lo specchio era rimasto intatto. D’istinto si guardò e rimase stupito di quanto vide: il vetro gli rimandava l’immagine di un volto stanco e provato, ma lo sguardo, quello, brillava di nuovo di una luce vitale, quella di un giovane sano e forte, nascosto dietro la polvere. Sorrise e capì che le forze a poco a poco sarebbero tornate. Si guardò intorno e si armò di una scopa: lentamente e faticosamente ripulì per terra, raddrizzò gli scaffali, vi sistemò sopra le poche cose rimaste ancora utilizzabili. Recuperò le pagine strappate dei libri, le ricucì, comprò nuovi alambicchi, nuove provette e nuove potenti polveri magiche.

Infine, si rimise al lavoro.

Nelle lunghe giornate e notti che seguirono, il mago lavorò alacremente senza sentire fame, sete o stanchezza ed infine elaborò l’ultimo e più potente degli incantesimi.

Alle prime luci del giorno, in un’alba rosata, il lavoro fu terminato e il mago si addormentò, sereno come non gli capitava da molto tempo.
Si svegliò che era quasi notte: “E’ il momento!” mormorò, incamminandosi verso la radura nella foresta, dove, alla luce della luna, pronunciò di nuovo le parole magiche. “E’ finita” disse fra sé, sospirando sollevato. Compiuto il suo dovere torno’ alla sua torre e finalmente riposo’.

Passarono alcuni mesi, finché un giorno, ristorato, il mago decise di tornare al villaggio e chiedere il perdono del pittore.

Si avviò di primo mattino e di buon passo, per raggiungere entro sera la locanda. Quando arrivò, nessuno lo riconobbe poiché non aveva l’aspetto del contadino forestiero che andava e veniva, né quello del mago lacero che era passato di lì mesi prima.

Tutti quanti erano in festa nel salone della taverna: brindavano, ridevano, cantavano canzoni grasse e stonate, allegri e un po’ brilli.

“Chissà cosa sarà mai successo”, si chiese, avvicinandosi al bancone.

Mentre gli serviva un boccale di birra, il locandiere gli domando’ chi fosse e cosa ci facesse da quelle parti.

“Non ti conosco; sei mai stato qui?”

“Sono un uomo di scienza e sono venuto a trovare un vecchio amico” rispose il mago”.

“Di chi si tratta?” continuò l’oste, con aria indagatoria.

“E’ un vecchio pittore sfortunato, cieco, malato”.

“Ma come? Sfortunato, malato…davvero allora non sai nulla?” proseguì il locandiere.

Perplesso, il mago lo guardo’ con aria interrogativa:

“Non vedi che tutto il paese è in festa? E’ successo un miracolo: tre giorni fa il tuo amico è tornato a vedere! E non solo: ha ritrovato tutti quegli attrezzi che erano misteriosamente scomparsi: pennelli, colori, tele: tutto! E non è tutto: questi sembrano quasi strumenti magici: ogni cosa che lui dipinge ora si trasforma in realtà! Centinaia di visitatori stanno arrivando da ogni parte della nazione per ammirare le sue opere: è una vera benedizione per questo povero villaggio! Ora con tutto questo lavoro i nostri figli non avranno mai più nulla da temere per il futuro! Il paese prospera come non mai! E’ un vero miracolo! Bevi con noi, forestiero, festeggia!”
Il mago sorrise, ora infine soddisfatto di sé nel profondo. Non incontrò mai più il pittore, ma nel suo cuore seppe di essere stato perdonato.

Aveva infine trovato la sua via per la felicità.

…fine…

“Se queste ombre vi hanno offeso, pensate (e cada ogni malinteso) di aver soltanto sonnecchiato, mentre queste visioni vi hanno allietato. E questo tema ozioso e futile non più di un sogno vi sarà utile. Gentili amici, non rimproverate; miglioreremo se perdonate…” (cit. “Sogno di una notte di mezza estate,” W.Shakespeare)

Scrittore per nascita

Uno dei miei ricordi più antichi, dai colori sfumati come in un pomeriggio autunnale, è di me che scrivo storie. Seduta su un tronco tagliato, una tracolla di cuoio di traverso con un mucchio di penne e foglietti colorati, tre ghiande in una mano sulle quali disegnavo minuscoli volti di personaggi inventati.

Scrivo da quando mi ricordo, su sassi, foglie, tovaglioli di carta, cellulari e tablet.


Una fiaba per te è nata così e, se vorrete, ce ne sarà una anche per voi. Buona lettura!