Il principe Giulio e l’artigiano

Giulio era un principe e in quanto tale era un ragazzo molto fortunato.

Viveva in un castello, circondato da servitori, cavalieri e dame, pronti a servirlo ed accontentarlo in ogni suo più piccolo desiderio.

I suoi genitori, re Carlo e regina Maria Teresa, lo adoravano e passavano ogni loro momento libero con lui, assecondando ogni sua richiesta, un po’ anche per farsi perdonare le lunghe assenze, dovute ai numerosi impegni che il loro importante ruolo imponeva loro.

Per molto tempo re Carlo, regina Maria Teresa e principe Giulio furono una famiglia davvero felice. Il regno era prospero e in pace: nessun pericolo lo minacciava, il popolo viveva sereno e laborioso e la famiglia reale era amata da tutti.

Verso i dieci anni, però, principe Giulio iniziò a soffrire di una strana malattia: non si trattava di febbre o mal di pancia, non aveva raffreddore né allergie, non gli doleva la testa e non si era rotto un osso cadendo da cavallo, eppure non stava bene.

Re Carlo e regina Maria Teresa erano preoccupati per quel loro adorato figlio, che ultimamente non sembrava più lo stesso: il colorito era pallido, mangiava poco e parlava ancor meno: l’unica cosa che faceva era starsene nelle sue stanze e guardar fuori, sbuffando di tanto in tanto.

“Cosa ti succede figlio mio?” gli chiese un giorno la regina.

“Mi annoio” fu la risposta del principe Giulio.

“Allora ho io la soluzione!” esclamò la regina, sollevata, e comandò subito ai servitori che andassero a comprare nuovi balocchi per il ragazzo.

Per un po’ la cosa sembrò funzionare e principe Giulio tornò il ragazzo ciarliero e sorridente di un tempo.

Purtroppo, però, dopo poche settimane, la strana ombra sul volto del principe tornò a far capolino.

“Cosa ti succede figlio mio?” tornò a chiedere la regina.

“Mi annoio” rispose di nuovo sbuffando il giovane.

“Allora so io quel che ti ci vuole” rispose, di nuovo sollevata la madre, cui il problema pareva in fondo un po’ banale.

Mandò a chiamare il gran ciambellano di corte e gli ordinò di convocare il miglior circo del regno, affinché saltimbanchi, domatori ed acrobati riportassero il sorriso sul volto del figlio.

Anche questa volta il rimedio sortì l’effetto sperato e il principe tornò a ridere e scherzare.

Ma di nuovo, il beneficio fu di breve durata e dopo pochi giorni il viso del ragazzo tornò ad oscurarsi.

Il sovrano decise allora di intervenire personalmente e porre fine a quella situazione che, ormai, lo preoccupava anche più degli affari di stato.

“Cosa ti succede figlio mio?” chiese re Carlo.

“Mi annoio” rispose sbuffando principe Giulio.

“Allra so io quel che ti ci vuole!” esclamò il padre sollevato.

Chiamò a raccolta i suoi consiglieri e organizzò per il principe un’agenda così fitta di attività che di certo, pensò, non avrebbe lasciato spazio alla noia. Lezioni di scherma, tiro con l’arco, francese, inglese, violoncello e poi feste, feste e ancora feste.

Il re e la regina cancellarono molti dei loro impegni di Stato per stare accanto al giovane principe annoiato e lo accompagnarono per ogni dove; trascorsero anche una bella vacanza tutti e tre insieme nella residenza estiva delle Loro Maestà, re Enrico e regina Luisa, loro parenti, sulla meravigliosa costa della Provenza: lì, il principe Giulio potè divertirsi con i cugini, trascorrendo belle giornate a cavalcare e divertirsi in compagnia.

Eppure una sera, a cena, tutti e quattro i sovrani, genitori e zii del giovane principe, videro comparire di nuovo l’espressione ormai ben nota sul viso del ragazzo: l’ombra della Noia era tornata.

“Che volete che vi dica: mi annoio.” disse principe Giulio sbuffando, leggendo nello sguardo dei genitori e degli zii quella muta domanda.

Re Carlo e regina Maria Teresa ora iniziavano davvero a preoccuparsi.

Tornati a casa consultarono i migliori medici del regno e tutti i saggi che conoscevano, stregoni compresi: che fosse un sortilegio? Una malattia?

Neppure la sua tata, che lo conosceva meglio di chiunque altro, non sapeva spiegarsi quel suo umor nero.

“Si annoia…” rispondevano tutti, allargando le braccia. Sembrava che nessuno sapesse come aiutare il ragazzo e ognuno, ormai, a corte aveva fatto l’abitudine a quella piega in giù delle labbra di Giulio, tanto che era stato soprannominato: “il principe col broncio”.

Poco per volta, anche i sovrani iniziarono a rassegnarsi e dovettero tornare ai loro impegni: del resto come regnanti, avevano importanti responsabilità…

Dopo qualche tempo, però, avvenne qualcosa di singolare.

Mentre il re e la regina erano lontani dal castello per un viaggio di rappresentanza, giunse a corte un artigiano: un buon uomo del villaggio che era stato convocato dal gran ciambellano per riparare il portone delle scuderie reali, ormai usurato dal tempo e dalle intemperie.

L’artigiano si mise al lavoro: portò alle stalle tutti i suoi attrezzi e iniziò a riparare il portone malandato.

Un pomeriggio principe Giulio si era recato nel parco del castello a passeggiare solo soletto e camminando camminando era giunto fino alle stalle; lì vide l’artigiano al lavoro: la vista lo incuriosì e per un po’ rimase ad osservarlo tenendosi un po’ in disparte, poi, cautamente, si avvicinò.

“Chi siete?” domandò il principe.

“Sono un artigiano” rispose l’uomo.

“Cosa fate?” domandò il principe.

“Riparo il portone” rispose l’uomo.

“Posso guardarvi?” domandò il principe.

“Certo, se ne avete voglia e non vi annoiate troppo” rispose l’uomo.

Principe Giulio sedette su un ceppo e rimase ad osservare in silenzio l’artigiano che lavorava: toglieva le assi rovinate, le sostituiva con quelle nuove, le levigava, le verniciava e infine le inchiodava al portone.

Si sentiva soltanto il suono del lavoro dell’uomo, cui si sovrapponevano di tanto in tanto il canto di qualche uccello e il mormorio del vento tra le fronde degli alberi: nient’altro.

Principe Giulio era assorto: ammirava le mani sapienti dell’artigiano che si muovevano con maestria. Scrutava le rughe intorno agli occhi dell’uomo, mentre li socchiudeva per vedere meglio.

A poco a poco il ragazzo iniziò a percepire i profumi della natura che lo circondava: la resina del legno, gli aromi del bosco portati dalla brezza leggera; cominciò ad ascoltare i suoni prodotti dagli strumenti del falegname, ad ammirare le venature del legno e i colori autunnali delle foglie degli alberi, accese dalla luce dorata dell’autunno.

“Posso provare?” domandò il principe.

“Certo, se ne avete voglia e non vi annoiate troppo” rispose l’uomo.

Il giovane prese una lima e iniziò a levigare una tavoletta di legno, avanzata dalle assi scartate, seguendo l’esempio dell’artigiano.

“Dovete avere pazienza e costanza: è un lavoro duro e i risultati richiedono tempo” lo avvertì l’uomo.

Giulio proseguì: lentamente vedeva il suo lavoro procedere; chiese al falegname come usare lo scalpello ed egli, pazientemente, glielo mostrò. Un vecchio e un ragazzo seduti l’uno accanto all’altro lavorarono per ore, quasi senza parlare, avvolti dalla luce tiepida del pomeriggio di ottobre.

Gradualmente, la tavoletta di legno di scarto prendeva forma fra le mani inesperte di Principe Giulio, che aveva iniziato a scolpire la sagoma di un cervo, senza rendersi conto del tempo che passava. Poi prese un’altra tavoletta scartata e iniziò a tracciare l’immagine del volto di un folletto.

“Cosa fate?” domandò l’uomo.

“Scolpisco” rispose il principe.

“Perchè?” domandò l’uomo.

“Perchè è bello” rispose il principe.

“Avete ragione” commentò l’uomo osservando il lavoro del ragazzo “Avete talento! Tornate domani, ormai si sta facendo tardi” concluse, iniziando a riporre gli attrezzi.

“Grazie di avermi insegnato! Vi auguro buona notte! A domani!” rispose Principe Giulio.

Al castello vi era stato per tutto il pomeriggio un gran fermento: non trovando il principe, tutti quanti erano in allarme e il Gran Ciambellano tirò un sospiro di sollievo vedendolo tornare.

“Dove siete stato? Eravamo tutti in pensiero per voi!” lo rimbrottò la sua tata, accompagnandolo nelle sue stanze per il bagno “e cosa mai avete combinato! Siete pieno di segatura!”
“Sono stato in giro” rispose il principe, senza dare altre spiegazioni.

Quella sera, dopo cena, principe Giulio si ritirò stanco e soddisfatto, non senza aver rivolto ai suoi servitori un’eccentrica richiesta: “Potrei avere gli abiti del garzone per domani mattina, per favore?” aveva domandato.

“Ma certo, Principe Giulio!” aveva risposto il valletto, chiedendosi il perché del “per favore” e, soprattutto, di una così curiosa pretesa, ma rinunciò a chiederglielo: chissà cosa aveva in mente il principe col broncio…

In effetti, la ragione era semplice: Giulio aveva solo osservato che il garzone aveva più o meno la sua stessa statura e i suoi abiti sarebbero stati molto più comodi per lavorare…

L’indomani mattina il ragazzo si alzò presto, fece colazione rapidamente e, senza farsi notare, si cacciò in tasca del pane e formaggio, poi indossò gli abiti del garzone e uscì, senza dire a nessuno dove sarebbe andato.

Così, giorno dopo giorno, la storia si ripetè: la mattina principe Giulio andava alle scuderie, raggiungeva l’artigiano e proseguiva il suo lavoro per tutto il giorno; i due quasi non parlavano: lavoravano e condividevano un semplice pasto.

Dopo qualche settimana, il portone fu finalmente riparato: grazie agli intarsi del giovane scultore, inseriti artisticamente fra le rustiche assi di legno, era diventato una vera opera d’arte!

“Cosa farete domani?” domandò principe Giulio all’artigiano.

“Tornerò alla mia bottega e inizierò un nuovo lavoro” rispose l’uomo “E voi?”

“Anch’io inizierò un nuovo lavoro” rispose il principe e lo ringraziò di cuore, congedandosi.

“Vi saluto anch’io!E’ stato un piacere conoscervi!” lo salutò l’artigiano. Vedendolo allontanarsi, l’uomo si rese conto che per tutto quel tempo non aveva mai chiesto al giovane chi fosse e come si chiamasse, ma era ormai tardi per rimediare: il ragazzo era già lontano.

Qualche tempo dopo, re Carlo e regina Maria Teresa tornarono dal loro viaggio: rincasando, trovarono il figlio nuovamente roseo in volto, un poco abbronzato, con le mani rovinate dal lavoro e un’espressione vivace dipinta in viso.

“Cosa ti succede figlio mio?” chiesero il re e la regina.

“Seguitemi!”

Il principe non rispose, ma li accompagnò invece alle scuderie, fiero di mostrare loro il frutto del suo paziente lavoro, che suscitò la viva ammirazione dei suoi genitori, felici di vedere loro figlio finalmente guarito, da qualunque cosa gli fosse successa.

Infine orgoglioso di sé, grazie ad un uomo semplice, che tuttavia aveva saputo restituirgli la capacità di trovare in se stesso i propri talenti e di meravigliarsi di fronte alle cose più semplici, il Principe Giulio aveva sconfitto la Noia e ritrovato la Felicità.

FINE

Un commento

  1. Avatar di Annamaria Annamaria ha detto:

    Bella !!come tutte quelle che hai scritto!!!!questa la sento più vicino al mio stato d’animo ❤️

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